Carni d’arredamento – Parte 1
di Rose Gabarra

Carni d’arredamento – Parte 1
Eric Sykes è un celebre architetto che da almeno una decina d’anni progetta imponenti edifici. Questi vengono realizzati dalla sua èquipe con una rapidità impressionante e lui si diverte a chiamarli “origami giganti”.
Eric ha la possibilità, grazie alla professione che considera “demiurgica”, di avviare la costruzione di opere titaniche. Inoltre, il pensiero di decorare con vari elementi architettonici gli esterni e gli interni di palazzoni lo fa sentire tremendamente creativo, lo fa sentire simile ad un regista che, dopo aver distribuito i propri attori nello spazio scenico, fornisce loro accattivanti maschere.
Un giorno, mentre si trova a trascorrere parte del suo tempo libero in giro per Washington, che si snoda tra delirii di luci serpeggianti e blocchi asciutti e geometrici, ad Eric accade qualcosa di originale. Mentre osserva dal marciapiede la conformazione compatta delle strade d’asfalto larghe e levigate tra le luci fluide e le travi di metallo, il suo sguardo improvvisamente si interrompe per incapacità di sintesi cromatica. Grigio e giallo, dominanti in un quadrivio, lo accecano. A causa di questa sensazione di pseudo-cecità, Eric è costretto a cambiare strada e ad inoltrarsi in una via mai praticata prima. Dopo aver percorso dieci metri dall’inizio della quindicesima, guarda in alto e scorge un semaforo verde sbiadito dalla luce accecante del sole. Una serie di ostacoli sembrano concorrere nel fargli imboccare strade sconosciute della città.
Continua a camminare sul marciapiede, e, per distrarsi, conta le pozzanghere e le mattonelle laterali rotte. I passi si fanno lenti e densi. L’incontro delle gambe con il fumo biancastro dello smog gli fa percepire di essere in una nuvola tossica e meditativa.
Cambia nuovamente strada e si incammina sulla tredicesima, ritrovandosi nel centro pulsante del libero mercato, cuore di calcestruzzo e acciaio, formicolante fornace di transazioni. Giunge accanto al sobrio e vociante palazzo della Borsa, accanto al quale vi è un grande spot dov’è raffigurato un grosso bue che lo guarda con curiosità. É la pubblicità di un nuovo negozio aperto da alcuni macellai. Eric, quasi costretto a prestare attenzione allo spot dallo sguardo autorevole del bue, memorizza le coordinate della macelleria. Torna indietro sulla tredicesima e segue le indicazioni finchè non si trova davanti al negozio. Davanti a lui c’è una grande ed invitante insegna rosa che brilla. Al lato della porta un alce imbalsamato senza un occhio è nell’atto di alzare la zampa, quasi porgendola ai clienti. La bestia ha il pelo scuro e tre arti conficcati nell’asfalto. Eric entra nel locale, salutato dall’animale impagliato e illuminato dalla luce rosa psichedelica. Nella penombra si fa avanti una sagoma immensa. Solo dopo qualche secondo Eric riesce a distinguere una donna grassa, con dei lunghi capelli corvini legati sulla nuca e uno sguardo di brace.
- Buongiorno. Desidera?
- Ehhm… – balbetta Eric – vorrei dare un’occhiata ai vostri prodotti.
- Sì. Venga con me.
La donna lo fa infilare in un corridoio stretto che sbocca in una cella frigorifera abissale.
Eric sgrana gli occhi.
- Le piacciono? Sono pezzi interi, direttamente qui dal macello… carne, nervi, ossa e null’altro.
Eric pensa a lungo prima di rispondere. Una leggera sensazione di smarrimento lo invade. Chi è quella donna? Perché è giunto fin lì?
Osserva a lungo quella sala immensa dove viene esibita la morte. Sente un fremito percorrergli la schiena, ha freddo, un odore nauseante si incanala nella vie respiratorie. Nonostante ciò, si forza per tornare in sé ed essere razionale.
- In fondo sono solo prodotti commestibili, sono pesati e hanno un prezzo, sono divisibili in quantità da vendere e soddisfano gli uomini carnivori – pensa.
Ma nonostante quest’ultimo pensiero, un sussulto lo anima e s’accavallano in testa immagini tribali dell’uomo che mangia l’uomo. Eric tenta di rifarsi forza. Nota un maiale bianco che penzola nell’aria.
- Mi può mostrare quel pezzo?
- Certo – risponde la donnona che, desiderosa di mostrare le sue arti mercantili, intavola un discorso di qualche minuto sulla necessità di rimodernare lo stanzone per aggiungere dei finestroni e così illuminare meglio i cadaveri penzolanti.
Eric pensa alla luce del sole sbiadita che investe a quintalate le carni e che le disegna nitide sul bianco dei muri e prova una sensazione di sollievo. Almeno il pensiero della luce del sole lo consola, poiché ammette a se stesso con semplicità che una maggiore visibilità procura un terrore minore.
- La ringrazio… sa, è per una cena d’affari.
La grassona abbozza tra le pieghe bianche del volto un ghigno che vuol essere un cenno d’approvazione e urla al garzone: – Mattew, Mattew! Dai che il signore ha fretta!
Un ometto dai lunghi capelli color cenere si lancia verso il maiale. Eric, sentendo di aver adempiuto ai suoi doveri di cliente, si ritira dalla cella frigorifera per disporsi in attesa.
Rivoli di sangue spuntano dal bancone dove sono adagiati tranci di carne di tutte le varietà. Lame affilate disposte casualmente riempiono i muri dell’ingresso del negozio. Eric pensa ai cuori di bue, alle infinite sezioni carnacee morbide e pulsanti e alla loro congiunzione con le ossa.
Ritorna la donna e, incurante della presenza di Eric, comincia a sfilare e ad assottigliare rozzamente l’enorme candido maiale con le lame seghettate. Ad Eric si accelera il battico cardiaco, si scopre nervoso e tremante, finchè non riconosce nell’agitazione una sensazione indefinita di piacere che gli muove le budella. L’idea di congiunzione tra profanazione della morte e attrazione per il macello lo scuote. Intanto la donna gli consegna l’animale plastificato.
- In fondo l’attività del macellaio corrisponde ad una profanazione di cadaveri – pensa - ciò è stato dimenticato. La fame è ingombrante, ci possiede.
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Tag: prosa, prosa e racconti, racconto, Washington
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molto belle le immagini create dal racconto, complimenti!