Il Tarantismo in Terra d’Otranto
di Angelo A.Petrelli

Un piccolo fenomeno locale divenuto poi di massa, nell’ultimo decennio, si è imposto all’attenzione nazionale e internazionale ottenendo un successo notevole anche al di fuori del Salento. La Notte della Taranta è un classico esempio di revival folklorico (espressione coniata dall’antropologo Tullio Seppilli) dal forte profilo identitario. Il tentativo di riproposizione e imitazione di una cultura musicale tanto impenetrabile quanto affascinante, ha collocato il tarantismo in un nuovo contesto attualizzandolo, modificandone il significato, allontanando lo stesso sempre più dalla sua originaria dimensione religiosa, psicopatologica e etnomusicale; proprio per questo urge una riscoperta storica dei tratti essenziali che in passato l’hanno contraddistinto. La recente pubblicazione de Il Tarantismo in terra d’Otranto per le Edizioni del Grifo, capitolo tratto dall’opera La vita della Terra d’Otranto di Luigi Giuseppe De Simone, è un modo per riportare l’attenzione sulla sezione più importante e conosciuta del libro, quella citata da Ernesto De Martino ne La terra del rimorso. Questo studio del De Simone riguarda “Il Ballo” (“La Taranta, la Pizzica-Pizzica, la Tarantella” è il titolo completo), è descrive la terapia coreutica-musicale per curare i tarantolati insieme ai diversi modi per suonare il tamburello, la musica e i dodici temi inerenti: ad esempio l’invocazioni a San Paolo per ricevere la grazia. Il santo, fortemente legato al tentativo di cristianizzazione del rito, è ritenuto il protettore di coloro che sono stati pizzicati da un animale velenoso. In questo senso, la scelta dell’apostolo non fu casuale: la tradizione vuole che egli sia sopravvissuto al morso letale di un serpente sull’isola di Malta nel 60 e.v.
Il testo del De Simone (1835-1902) che fu giudice, storico, glottologo, archeologo e amante della cultura popolare, è introdotto da un breve ma esaustivo saggio di Eugenio Imbriani, docente di Antropologia Culturale presso l’Università del Salento, un intervento in grado di dare al lettore le giuste coordinate per una comprensione effettiva dell’opera. Lo studioso con queste parole presenta la trattazione: “Sembra abbastanza chiaro che l’attualità del tarantismo, il suo riprodursi nei discorsi, nelle politiche, nel sostanziale fraintendimento delle sue forme storiche, ha ben poco a che spartire con l’esperienza dei tarantati, dolorosa e sofferta, e dei musicisti terapeuti; lo stesso volume di De Martino, La terra del rimorso (1961), che contiene, per così dire, la summa interpretativa del fenomeno, ha avuto numerose ristampe negli ultimi anni, è diventato un libro di culto per i giovani, soprattutto, che talvolta decidono di marcare con il suo acquisto, portandoselo appresso, magari nei concerti, la propria appartenenza, è meno letto di quanto la sua circolazione possa lasciare intendere”. Prima di questa edizione, il De Simone pubblicò il suo lavoro già nel 1876, a puntate, sul periodico fiorentino Rivista Europea. Per avere una pubblicazione completa del trattato in volume unico è stato necessario attendere il 1997 e l’interessamento delle Edizioni del Grifo.
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Con il dovuto rispetto per De Martino e De Simone, il tarantismo come tante altre tradizioni avite si rifà a tempi e luoghi morti e sepolti, che parlano di signoraggio, di inibizione sociale e religiosa; ed è probabile che la sua nascita ed amplificazione giaccia sulla patetica mise en scene di una psicopatologia collettiva, legalizzata dalla sua trasformazione in danza. Non sono un antropologo, ma mi sembra evocare radici dionisiache naufragate in un tessuto catto-claustrofobico; ed è alla contraddittorietà dei nostri giorni, che da un lato evocano la globalizzazione della cultura, dall’altra custodiscono gelosamente tradizioni prive di
significato – per chi ne usa solo l’evidente orpello di “evento” – che si deve il loro perpetuarsi.
Il folklore, quando perde le sue radici storiche, perde anche il suo significato profondo; e diventa fenomeno da baraccone o poco più…