L’«Instant Nobel» di Barack Obama
di Marco Maggiore
Il nervosismo e l’incertezza che dominano le convulse giornate successive alla sentenza sul Lodo Alfano sono all’improvviso squarciate da una notizia in qualche modo spiazzante: l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace al presidente USA Barack Obama.
Il fatto, che pare abbia colto di sorpresa perfino lo stesso Obama, è destinato a suscitare reazioni controverse presso l’opinione pubblica internazionale. Perfino i più entusiastici sostenitori del primo presidente di colore nella storia degli USA non possono che interrogarsi di fronte a una decisione sicuramente condivisibile per vari aspetti, ma che ha il torto di appare precipitosa e prematura.
Non è certo in discussione la caratura politica e morale del personaggio, che in pochi mesi è riuscito ad assurgere a un ruolo simbolico che va ben oltre la sfera del politico, quasi un Messia, la personificazione tangibile di una speranza vagamente connotata di tinte utopiche, avvertita da tutti e in tutto il mondo: la speranza che un nuovo ordine finalmente giusto e condivisibile possa stabilirsi e soppiantare l’orgia immorale del capitalismo globale, a lungo impersonato dalla figura diametralmente opposta dell’aberrato predecessore George W. Bush. Ciò che colpisce e fa discutere, nella scelta del comitato di Oslo, è l’inaudita precipitazione. Se è vero che Obama si è reso autore di una decisa (e si auspica decisiva) inversione di rotta nella politica estera degli Stati Uniti, principalmente nei rapporti con l’Islam, e che grandi speranze hanno suscitato le dichiarazioni d’intenti lodevoli (e prive di precedenti da parte di un presidente americano) su temi cruciali quali il disarmo nucleare e le politiche energetiche, è però altrettanto vero che le congiunture storiche in cui Obama sta svolgendo il suo non facile ruolo sono ben lontane dall’essersi dispiegate e sviluppate, dall’essere approdate a delle conclusioni. È anzi stato rilevato da analisti anche acuti (non certo dai soliti strilloni fondamentalisti al soldo del Partito Repubblicano) come non poche siano le contraddizioni e le incertezze finora evidenziate nella concreta azione politica del presidente, più amato all’estero che in patria, secondo una cantilena ormai nota. Insomma, intorno a Obama vige più che altro un clima di attesa, sempre più fervida e sospettosa: in un clima del genere, la notizia del premio Nobel per la Pace può avere effetti addirittura shockanti.
E dunque, come interpretare questo premio? L’ennesima dimostrazione della Obamafilia o Obamania quasi feticistica della cultura europea? Un riconoscimento a quanto di buono fatto, ma soprattutto un mirato incoraggiamento a proseguire sulla china intrapresa, un modo per dirgli “continua così, siamo con te?” In tutti i casi le perplessità rimangono: un Nobel per la Pace è qualcosa che dovrebbe essere assegnato in virtù di concreti risultati, e sarebbe ben triste pensare che l’azione di Obama sia già coronata dal successo: come dire che per gli allori si poteva aspettare.
Bisognerà forse ritornare sulla percezione del fenomeno-Obama in Europa. In tutti i paesi europei vige ormai un clima di stanchezza, di clamorosa sfiducia verso la politica. I politici delle nostre nazioni ci appaiono fantocci incapaci di governare, di assumersi responsabilità verso i cittadini, di agire seriamente e concretamente per il progresso della società; li vediamo sempre più soli e ridicoli, prigionieri di un disarmante narcisismo, lontani dalle nostre esigenze. Obama è diverso: ha ideali, carisma, convinzione, valori; è intelligente e brillante, ma nello stesso tempo “non se la tira”; soprattutto, ha il pregio di non essere europeo, permettendoci finalmente di dar sfogo al nostro segreto e occulto americanismo collettivo di fondo, alimentato da decenni di cinema, politica e propaganda: ci sembra incarnare quell’idea salvifica, messianica dell’America, nella misura proporzionalmente inversa in cui Bush rappresentava l’America malvagia della CIA, dei crudeli Marines e del capitalismo filo-semitico (a seconda dei punti di vista, ovviamente).
Ma ciò che davvero stupisce, nella decisione dei giurati svedesi, è il perfetto adeguamento ai tempi tecnici televisivi del grande spettacolo multimediale che corre ogni giorno intorno a noi. È uno dei tanti segni dei cambiamenti epocali in atto nelle nostre società, sotto la spinta incoercibile della rivoluzione digitale. Oggi tutto accade nell’immediatezza dell’attimo, e tutto ciò che conta è l’assolutezza del gesto, del discorso, dell’atto consegnato alla trasmissione acritica dell’Immagine. Non c’è il tempo di permettere ai processi storici – che possono richiedere decenni, quando non secoli – di estrinsecarsi nella complessità proteiforme dei loro sviluppi. Abbiamo scambiato i simboli-sintomi (il grande momento, la grande immagine: il ragazzo cinese contro i carri armati, la caduta dei Muri e delle Torri) con i processi-causa, prolissi, noiosi e difficili da capire, insofferenti d’esser ridotti in bit, compressi ed eiettati nei milioni di cellulari e laptop. Allora può anche accadere che un discorso mirabile, magnifico come quello di Obama al Cairo il 4 giugno 2009 possa diventare un crocevia storico “in presa diretta”, anche qualora i suoi effetti (auspicabilmente positivi) siano molto di là da venire, se mai si vedranno. La sanzione del momento storico precede il reale processo fattuale; la Pace non è stata fatta, ed è altamente probabile che non si farà mai: ma il simbolo di Pace va premiato e diffuso. Naturalmente su questo si può esprimere accordo o dissenso: ma quello su cui si dovrà forse convenire è un decisivo cambiamento nella percezione collettiva della Storia e dei suoi agenti reali, inesorabilmente appiattita sulla percezione mediatica e simultanea degli eventi. Un «Instant Nobel» dunque, che sembra sancire il primato dell’Immagine sulla Realtà. La si può giudicare una scelta felice, oppure una scelta condivisibile ma affrettata, ovvero una colossale idiozia: ma non si può non prendere atto dei segni di una vera e propria mutazione antropologica che riguarda noi tutti, maestre, facchini, marinai, pittrici, giudici, ballerine e presidenti del Consiglio: quel passaggio, definito mirabilmente da Giovanni Sartori, dall’Homo sapiens all’Homo videns.
Tra le tante opinioni in merito sarebbe peraltro curioso raccogliere il pensiero degli ormai celebri organizzatori del comitato per il Premio Nobel a Silvio Berlusconi; ma è probabile che in questo momento abbiano ben altre preoccupazioni.
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