Spazi
di Alex Neverseen

Breve racconto di Alex Neverseen sui luoghi della resistenza e la resistenza dei luoghi.
Immaginare la città ferma per un tempo indefinito, immaginarla morta per poi vederla rinascere era un’operazione difficile. Era difficile resistere all’onda sociale modellata secondo urgenze vane che avevano progressivamente indebolito le potenzialità della contemporaneità.
Le regole scandivano il tempo e, come per lo spazio, soffrivano dell’azione prodotta dagli animi più inquieti. Quelle regole erano insostenibili, ma la loro condivisione forzata le rendeva imprescindibili dal contesto che reggevano.
Come sfuggire a quell’onda che involontariamente si era resa così malvagia? Forse spegnendo il tempo, aveva realizzato dopo un inatteso sogno avvistato in un periodo di cambiamenti.
I cambiamenti sono frutto di combinazioni imprevedibili che occorrono sorprendentemente travolgendo un’esistenza apparentemente logica.
Certi sogni affamano di irrazionalità e al mattino ci si sveglia traditi dal proprio passato.
Ludovico mise a terra un passo dei suoi e con disinvoltura seguì un flusso sconosciuto.
Il sole aveva una luce diversa e il suo calore non pesava come gli altri giorni, nella torrida estate che si avvicinava, spargendo già da quel momento, al posto che avrebbe occupato, l’amaro di un fugace ricordo che si apprestava a divenire effimero di lì a pochi mesi.
C’era chi aveva già sofferto quell’onda, riconoscendo la sua nocività alla nascita di una personalità distinta, tra le tante carcasse che vedeva passare, tutte dirette verso lo stesso baratro.
Senza il tempo non c’era più spazio per la cronaca locale, né per quella sportiva, né per la politica o l’economia. L’utilità del quotidiano che sfogliava al bar si assottigliava drammaticamente. Alla fine non sarebbe che rimasto il tavolo, dimora di una tazza di caffè lungo, finalmente leggiadro nel sentirsi ragione di pausa piuttosto che banale complemento d’arredo della giornata di Ludovico.
Un inedito spunto di esistenza prendeva vita dall’opposizione naturale e così facile che si cominciava a dimostrare verso quell’invisibile fluido di carcasse che appariva troppo forte da poter governare.
A quella corrente c’era modo e motivo di opporre resistenza, per rinascere, esistere, scoprire un altro mondo sulla stessa terra sino a quel momento complemento di una vita banale. Sino a quel giorno Ludovico aveva pensato che la resistenza fosse un’azione contro la natura della società, con un prezzo troppo alto a dispetto di benefìci cui peraltro non ambiva.
Il beneficio di sentirsi escluso da quel fluido di carcasse non era tra le sue ambizioni. Un tempo, come per altri suoi simili, non era neppure consapevole di correre verso il baratro senza mai potersi fermare per cogliere i frutti del suo tempo.
Oggi aveva cominciato a incuriosirsi delle rive, troppo alte per essere notate, un miraggio. C’era della terraferma, sempre più invasa dal fiume in piena, ma ancora lì, a rappresentare un altro mondo.
La sua resistenza si manifestò nei modi più disparati, allontanando la linea del tramonto e regalando una terra prima sconosciuta, tutta da scoprire e sfruttare.
La chiave di quella conversione fu l’annullamento del tempo, un’inutile strumento di oppressione individuale.
Le fermate del viaggio non avevano stazioni né orari perché Ludovico era sceso dal treno e finalmente aveva cominciato a camminare.
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