Un incubo meridionale
di Giacomo Gramer

Foto di M. Migliard
A volte, in quei pomeriggi assolati quando la vita ti ha veramente stremato, è bello mandare tutto al diavolo, chiudere le imposte e lasciarsi sdrucciolare in un sonno morbido. La stanza passa in un istante dal giorno alla notte, e tutto sembra provvisorio e irreale. All’inizio il letto è freddo, e senti le lenzuola fredde sulla pelle esausta; ma è un fastidio piacevole, perché sai già che tra poco il tuo corpo le renderà tiepide e accoglienti, e ti sentirai tutt’uno avvoltolato in loro. Il letto ti conosce da sempre, ti assolve placidamente; quando torni in lui non devi spiegare niente, non c’è nulla di te che già non sappia. Allora la mente precipita, ed è dolce e spaventoso insieme, se ti fermi a pensarci. Ma in quel momento avverti solo una strana beatitudine, e una vertigine leggera come vino frizzante. E col respiro che incespica, senza quasi accorgertene, stai già varcando la Soglia.
Era un pomeriggio di quelli, e io ero giovane – nel sonno ci si accorge del tempo che passa meglio che da svegli, e se ne ha un terrore sconfinato; nel sonno si soffre di più, ma paradossalmente soffrire è piacevole, mentre ridere riesce doloroso. Mia madre rientrava in casa con le buste cariche di spesa. I marchi delle multinazionali ridevano: io ero giovane, il paese era ricco.
– C’è la Crisi, è vero, – dicevo – ma a noi non va poi così male.
Mia madre inarcava le sopracciglia.
– Ci va bene, è vero, – mi rivelava – ma solo perché abbiamo ancora buoni rapporti con le Parti Sociali; conoscono di persona me e tuo padre, e chiudono un occhio. Ma per quanto ancora?
E mi veniva in mente quell’impiegato barbuto, con gli occhiali, allo sportello. Era sempre gentile con i miei. Conosciuti negli anni ’70. Il mondo doveva essere totalmente diverso allora; ma loro che c’erano non se ne sono accorti, e si illudono che sia ancora tutto uguale. Le Parti Sociali era dove ancora girava un po’ il Denaro, li sórdi diciamo noi. Li sórdi contano, soprattutto quando sono contati: è un paradosso matematico. L’impiegato barbuto dello sportello, lui sì che era gentile. Di sicuro non era un cattolico fanatico, quelli là è tutta gente assurda.
– Ti ricordi, mamma, quel gesto? – e mimai di lanciarle qualcosa addosso.
Se lo ricordava, il gesto, come no. Era stato una domenica mattina, in chiesa. Io ero in piedi accanto a mia madre, chissà quanti anni prima – in chiesa non ci vado ormai da anni, ma mio padre mi ha trasmesso uno strano senso di colpa che riaffiora ogni qual volta scrivo ‘chiesa’ minuscolo. Al banco subito dietro il nostro c’era la Catechista. Tutti avevano occhi vitrei, guardavano fisso la Funzione. Ma io mi divertivo di più a girarmi, facendo finta di osservare l’ingresso, per guardare quelle facce bruttissime della Bravagente che sente messa. La Catechista non sorrideva mai. E si capisce, poveraccia, sopportava le umiliazioni dell’adulterio del marito e di una vita (o forse più) senza amore. Questo mio pensiero compassionevole non mi impedisce di considerarla una stronza, anche perché se non fossi così doppio e ambivalente non potrei sentirmi un cristiano. Io non mi ci sento a dire il vero, ma per fortuna o purtroppo lo sono. Ricordo ancora la riunione prima della mia cresima (si chiama così perché la gente è talmente ignorante che non riesce neppure a dire ‘crisma’. La crisma funziona così: un ciccione vestito da Pulcinella viene e ti insozza la fronte con due dita di olio come fossi una friseḍḍa,[1] poi ti fanno i regali. Pochi sanno che in realtà la crisma è un momento fondamentale: fu istituita per sancire la liberazione dal Catechismo, quella fase della tua vita in cui la chiesa cerca invano di condizionare le tue future scelte politiche. Naturalmente la fase del Catechismo, che scempia e guasta almeno un pomeriggio della settimana al 95% dei giovani meridionali – ma al 75% degli italiani –, non ha mai fine, se hai la sventura di rimanere Catechista; a questa trista condizione si accompagnano in genere l’adulterio del marito e una vita – o forse più – priva di amore). Dicevo, la riunione prima della crisma. Era una sorta di assemblea condominiale, però dentro la chiesa – suggestivo, no? C’erano i parenti delle vittime, e c’erano le vittime, cioè noi che ci crismavamo, poco più che marmocchi. I miei però non c’erano, mi ci avevano mandato da solo, perché non gli andava (anzi, diciamo noi, non li collava): e come dargli torto, meschinelli! Insomma, c’era questa benedetta Catechista col microfono in mano e la faccia da Corpusdomini e da Adulteriodelmarito, la quale guardava con ira gli astanti, e annunciava schiumando furore, con lingua biforcuta, che il Vescovo, bontà sua, aveva messo una tassa in più (òbolo si chiamava); cioè aveva detto, senza neppure la decenza di fornire l’ombra di un pretesto, o mi date questi soldi in più, oppure non ci vengo proprio a farvi la crisma o cresima che dir si voglia: me ne sto a casa mia, in pantofole, a grattarmi la pancia. Io, stretto nella morsa dei miei tredici anni e dei miei radi baffetti, mi ribellai e chiesi la parola. La Catechista se ne irritò, non avrebbe voluto, ma mi diede lo stesso il microfono, attendendo il peggio. Nel frattempo, il marito indulgeva in qualche adulterio. Dissi, guardando quella distesa di parrocchiani stronzi: – Ma perché dare quei soldi in più al Vescovo? Non è giu… Ma subito la Catechista mi strappò il microfono di mano, rimandandomi a posto con un Calcionelculo spirituale ma doloroso, tra l’ostilità rancorosa dei Parrocchiani Impellicciati Riuniti Leccesi Apostolici (P.I.R.L.A.). Nessuno dei miei compagni di crisma mi rivolse più la parola, e amare vergogne provai a lungo per ciò che avevo detto. Sennonché anni dopo lessi Dostoevskij, il quale mi comunicò che erano loro ad aver sbagliato, e che io potevo andare fiero di me stesso: ma ormai la ragazzina del crisma che mi piaceva, la quale, per quanto mi è dato sapere, non ha mai letto Dostoevskij, mi considerava ·nnu piezzu te fessa,[2] con buona pace dei fr.lli Karamazov.
Facciamo un flashback del tutto inutile: anni prima, durante una seduta del Catechismo, nel corso di un tedioso pomeriggio meridionale, accadde un che di inaudito. Io fui collocato davanti a una bambina del mio quartiere, la quale ha una sorella uguale a lei ma con le tette più grandi, e ormai non mi saluta da anni (dopo l’episodio della crisma, ça va sans dire). Ebbene, quel sabato pomeriggio io avevo sì e no dieci anni, e l’episodio della crisma era ancora di là da venire, capite bene, e la bambina non poteva neppure sospettare. Ebbene, io fui collocato davanti a lei, e mentre un’altra Catechista (la quale invece si era parzialmente ribellata all’adulterio del marito, e conduceva spesso la sua vita senza amore in arditi pellegrinaggi in Terrasanta, dove una volta scorrazzavano i Templari, e ora è tutto un pot-pourri di catechiste cornute) diceva scempiaggini circa la Transustanziazione, ebbene, questa bambina mi guardava dritto nell’iride con occhi vivi e penetranti come vento invernale, e passava impudicamente la lingua tra i denti, e, vi dirò di più cari amici, il suo piede accarezzava lascivamente il mio. Io, che leggevo Topolino ed ero ben lontano dall’abbandonare la mia Isola Benedetta, non sapevo proprio cosa fare, mi vergognavo, arrossivo, e fingevo di ascoltare le scempiaggini circa la Transustanziazione: infatti io sono un patito della Transustanziazione; ho un poster in camera mia, della Transustanziazione, cosa credete, voialtri? Ma a parte questo pomeriggio transustanziale, i miei rapporti col Catechismo (che mio padre chiamava Cataclisma allo scopo di suscitare ilarità) furono quelli normali, di un qualsiasi italianino meridionale medio che attende la crisma, sennonché, suvvia, ohibò, io ci credevo un bel po’, e aspettavo pure ardite rivelazioni dalle Numinosità Impercettibili.
Ebbene, veniamo al fatto: dicevo che era una domenica mattina, io sentivo messa con mamma al mio fianco, e dietro di noi c’era la Catechista, quella del microfono e della crisma, che non sorrideva mai, muta e accigliata come suo costume. Notai, durante l’OmEliA (mi pare brutto scrivere maiuscola solo l’iniziale), che la Catechista si era stranamente assentata, ma non diedi molto peso alla cosa. Sennonché, al termine della querimonia, mentre stiamo per lasciare la cappella, giunge la Catechista dalla sagrestia, furiosa e sbuffante come un treno, diretta di gran carriera[3] verso mia madre: aggiungerò che la Catechista brandisce in mano un grosso anello d’oro con una pietra rosso sangue, enorme, simile al rubino. Mia madre vede l’anello e dice: – ·Nnà![4] È mio quell’anello! La Catechista, con una smorfia di odio, le tira l’anello addosso (capito, lettore, il gesto cui alludevo all’inizio?) e le grida con disprezzo: – Questo anello ti è uscito dal culo!
Tutti i P.I.R.L.A. di cui sopra, che stavano già abbandonando la cappella dopo la domenicale funzione, ammutoliscono e s’arrestano per assistere ai fattacci altrui, e riferirne in seguito nei loro pranzi domenicali, alle case loro, con le paste acquistate di fresco sottomano, ed eventualmente portare avanti una lunga e accanita discussione, col supporto attivo delle Parti Sociali.
– Ma… ma… come ti permetti? Che vorresti dire? – balbetta mia madre, lasciando l’anello per terra, nonchalante.[5]
– Quello che ho detto, voglio dire! – la incalza la maledetta Catechista, con occhi di bragia,[6] davanti a tutta la Bravagente: – Questo anello ti è uscito dal culo!
Poi, resasi conto in un barlume[7] di lucidità che la sua uscita necessitava di una qualche spiegazione, si pose a narrare quanto segue (non ricordo le parole esatte, per cui mi prendo la licenza di riferire quello che mi sarebbe piaciuto che avesse detto, e nessuno se ne lagni):
Stavo sentendo messa ruminando il mio consueto rancore, e rimuginavo sui continui adulterî del marito; quando, all’improvviso, mi accorsi di qualcosa che luccicava sotto i miei piedi. Chinàtami, mi resi conto che si trattava di un magnifico anello che qualcuno aveva vieppiù dimenticato costì. Pensai che sarebbe stato un peccato mortale abbandonarlo costà, preda degli iniqui e degli invidiosi, e così lo posi istintivamente alla mia sinistra, senza che la mia destra ne sapesse alcunché (o, quanto meno, faceva la gnorri). Ma subito mi sovvenne la mia trista malattia, la sclerodermatite della Catechista,[8] che mi impedisce di entrare in contatto con oggetti contaminati o anche solo lievemente zozzi. Così, nel corso dell’OmEliA, mi avviai cacchia cacchia in sagrestia, dove, come sapete, la mia avvenente figliuola gestisce un Laboratorio di Analisi Chimiche. Ivi, sottoposto il gioiello alle analisi forensi della bisogna, appurammo che l’anello proveniva dal culo di costei, e che dunque la mia salute e il mio benessere psichico erano messi duramente a repentaglio.
Ora tutti guardavano con astio e disgusto la mia povera mamma, la quale si ribellò vigorosamente (toh, nel frattempo era apparsa anche la mia sorellina):
– Catechista, lei è una mendace!
La Catechista non si scompose, e ribatté: – Madre di Costui, vogliamo appurare?
E già, dalla sagrestia, un cigolio echeggiava nella chiesa semideserta: era un intero laboratorio chimico forense, posto su uno di quei vecchi carretti ambulanti dei gelatai, di acciaio grigio (la scritta Gelati Eldorado,[9] sebbene scrostata, era ancora in parte visibile). A trainare ’sto carretto era, nientepopodimenoché, la avvenente figlia della Catechista, una giovinetta in camice bianco. Ella ricolse silenziosamente l’anello da terra con l’ausilio d’una pinza, e sotto lo sguardo degli astanti, lo mise in ammollo dentro una provetta contenente una soluzione giallina, per circa due minuti. Quindi imbevuto un tampone idrofilo nella soluzione giallina, lo pose rapidamente in un beccuccio colmo di un liquido trasparente. Signore e signori, il tampone diventò blu. La Catechista, ebbra del suo trionfo, chiosava: – È la prova inequivocabile ch’io non mento: l’anello t’è uscito dal culo, e ben ti sta.
E, a questo punto, ci fu un colpo di scena. La madre schiamazzò:
– Signori, non dal mio sedere uscì, ma da quello del mio erede maschio.
E tutti si volsero verso di me, con sconcerto sì, ma anche con una certa delusione: era come se la cosa non li sorprendesse più di tanto. Dopotutto, ai loro occhi ero un Comunista. Infatti uscirono tutti scuotendo il capo scandalizzati, in realtà pregustando i pranzoni domenicali[10] conditi di maldicenza e adulterio del marito.
Per parte mia, non me la presi a male per la delazione e la falsità della Madre, sia perché non me ne importava nulla, sia perché mi ero ormai definitivamente compromesso con tutti i P.I.R.L.A. del mondo dopo la storia della crisma. Così uscimmo, e io mi chiesi se, durante l’epulazione domenicale alle case sue, la ragazzina ninfomane del Catechismo, nel frattempo cresciuta, e bene, continuasse a fare piedino ai propri convitati, parenti, amici e animali domestici. Ma quando con la mamma e mia sorella fummo in macchina, giunse l’ultimo colpo di scena. Mia madre si volse sogghignando con l’aria di chi l’ha fatta franca e spiazzò noi, che ormai eravamo pronti a voltare pagina e andare avanti, con la seguente dichiarazione (quasi un comunicato stampa):
– Gliel’ho fatta: in verità quell’anello era uscito proprio dal mio sedere.
Del resto, col senno di poi, mi domando: ma di cosa sorprendersi, cosa trovare surreale? Tutto è possibile, qui a Sud. Come sa bene chi ci vive, il Meridione è il più strano di tutti gli incubi: l’unico dove splende sempre il sole.
[1] Piatto tipico di noialtri.
[2] Cioè, all’incirca, uno sciocchino.
[3] Ma che accidenti significa, quest’espressione?
[4] ‘Orpolà!’
[5] È una parola francese, ma l’autore si illude che sia un neologismo.
[6] (Più com. brace) strumento sacro, adoperato dal Popolo Salentino nel rituale collettivo della ·rruštuta.
[7] Questa parola, ‘barlume’, è bella, ma un po’ saputona, vagamente snob. Avviso il lettore che d’ora in poi userò la forma sbagliata baglione, che non vuol dire nulla, ma almeno ricorda il celebre cantante così amato dai popolani, e dunque troverà il plauso di tutti.
[8] Pare esista realmente.
[9] Assorbiti dalla Algida, peccato.
[10] Che noi persone colte siamo soliti chiamare epulazioni.



