Nuove corporee strutture architettoniche
di Lara

Gestualità umane frenetiche, al bivio tra un’esibizione costante degli incoerenti e molteplici sé e un’introversa discesa verso lo smarrimento della personalità. Geometrie di rapporti relazionali sempre più affollati, sovraccarichi di input ed output, nevrosi endogene spesso scambiate per consustanziali incomprensioni provenienti dall’esterno. Discontinuità comunicative, interpretazione della moderna noia, parcellizzazione del tempo libero, raffazzonati esempi quotidiani di drammi estetici. Conseguente necessità di sfuggire ai mille psicologismi imperanti che pretendono definizioni rigorose, alla monogamia acclarata, all’appropriazione di una ed una sola personalità estetica ed estatica, nemmeno fosse la risultanza di un peccato originale. Un senso di claustrofobia ascensionale si irradia costituendosi invece, in ben più terreni e meno escatologici, punti di fuga, di raccolta, di concentrazione, venduti come dicotomico stadio binario di forza-difesa.
Se anche la moda e l’articolazione della propria immagine risentono di un’attitudine alla strutturazione che attraversa il concetto di corazza e di fortezza, senza dimenticare una strizzatina d’occhio alla metamorfosi continua del linguaggio estetico, che male non fa visto che mutare stato rende ancora più difesi ed inespugnabili, che accade?
I giochi di ruoli tra i tessuti dell’oggi, nipoti del postmoderno in tutto il loro trionfo di ricavi, ricicli, riutilizzi, riscoperte, e tra i cosiddetti materiali “nuovi”, che hanno la loro punta d’eccellenza nel non esserlo affatto, si infittiscono. La trama del loro rapporto li porta a stringere relazioni quasi parentali con lo scopo di adornare, cultualizzare e, perché no, proteggere, in qualche modo, l’oggetto corpo.
Paradigma assoluto dell’artificio che l’uomo sa creare, la plastica. Ha scavalcato di parecchio il suo principale ruolo funzionale di velocità d’utilizzo, diventa la nuova eroina degli accessori e degli elementi d’arredo. Translucida, opaca o riflettente, colorata che non fa mistero della sua autentica chimicità fluo, trasparente e minimale più vicina ad un’esigenza di purezza organica,”sono come tu mi vuoi” dice, facendo il verso ai biscottini di Alice nel paese delle meraviglie.
Diventa un must irresistibile perché cangiante, mutevole e straordinariamente eclettica. Bracciali rigidi blu elettrico, fuxia scintillanti, rossi così lucidi da far invidia agli smalti laccati da patinati centri estetici, gialli triangoli per lobi dal gusto vintage ma da pretese di novella mutante, neri opalescenti o brillanti da guerriera dispersa tra le strutture architettoniche di un urbano decadente. Punta d’iceberg il freddo bianco trasparente che, all’occorrenza, diviene quasi un fiocco di neve al microscopio, che si deposita intorno al collo, strutturandosi in collane ghiacciate da novizie della regina delle nevi, delicatezza pura, intesa a non farsi riconoscere ma a farsi difendere. Spirali che, sciogliendosi alla seduzione del laser, avvolgono dita affusolate che gesticoleranno in un mondo al sapore di neon. Questo, signori è amore per la plastica, o meglio, per essere più anglofoni e corretti, Love for Plastic, brand moderno ed innovativo che ruota tutta la sua ricerca formale e di costume intorno al vasto utilizzo che si può fare di una materia così duttile e versatile come la plastica. La ricerca non taglia fuori la sperimentazione per oggetti d’interno, cubi psichedelici, dai riverberi liquidi e lucidi di una vasta gamma di colori pronti a farsi interpreti delle vostra mura domestiche, divengono spettacolari strategie d’illuminazione, ma anche geometrici e volitivi porta foto a 6 facce.


E se il legame parentale suddetto, tra materiali simili volgesse il suo sguardo anche verso languidi abbracci dalle forme lineari e basiche intorno a colli e polsi che non rinunciano alla purezza formale della sinuosità in questo mondo così spigoloso? In questo caso il connubio è perfetto perché non tradisce comunque il tempo in cui nasce, la classicità minimale delle forme fa ricorso al plexiglas sordo ad ogni tipo di convenzione o di stereotipo. Ed ecco che non è difficile immaginare un ponte che, partito dal passato è proteso al futuro, diviene reale e tangibile presente. Linea e lucidità sembrano essere le parole d’ordine che combattono per un corpo moderno da difendere da complicati schemi di configurazione dell’essere. E l’occhio fotografico di Ion, designer e fotografo, cattura la semplicità della forma che diviene, a sua volta linea di demarcazione, il limes romano sacro ed inviolabile, modello di difesa rispetto al caos circostante. Delicatezza e forza, rappresentati in un’unica struttura dove gli atomi elettricamente carichi (suggestione contenuta nel nome dell’artista e che fa riferimento alla definizione fisica di atomo carico elettricamente) si dispongono con ordine e rigore, senza dimenticare la formula dell’innovazione.


La fenomenologia del simbolo può contrarsi e produrre forme più dirette e manifestabili ad occhio nudo. Aggressività sublimate, ironiche ingerenze nel mondo feticista degli oggetti da divisa, si traducono in manette piatte in versatile e multiuso plexiglass, ancora lui. Il total black degli affezionati può essere scalzato dall’avanguardia della trasparenza che vanta l’inserto interno di stoffe tartan o merletti finissimi. A margine, tanto per rimanere con le idee chiare, una borchia killer. Feticcio moderno, punk-friendly, senza noie e nostalgie da spille da balia. E ancora ci si può corazzare don collane rigide da minimal guerriera del futuro dai colori cyber,non dimentica della forza dei colori fluo. Arancio e giallo fanno da padroni, in questi casi, ma il bianco ai limiti dell’abbacinante, alternato da un nero a contrasto, fa rivivere qualche suggestione sixties rinnovellata dal sacro fuoco della modernità. Demiurgo di ciò il marchio Binglabart eccezionale interprete, anch’esso, di un’antropologia dell’accessorio, di un simbolismo di forme attraverso cui si sprigiona la creatività moderna e la sensibilità percettiva verso un mondo veloce, rapido, al fulmicotone. Ricostituzioni di significati e significanti visivi diventano architetture per il corpo, pronipoti di monili archetipici e raffinate revisioni, utili a districarsi nelle giungle urbane.




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