Riflessioni & flessioni
di Cappellaio Matto
Da quando la letteratura è diventata un hobby di massa, abbiamo assistito a strani fenomeni, forse chiari soltanto alla vista d’aquila di pochi veri bibliofili. Da un lato l’auspicata funzione pedagogica dell’indurre a lettura nuove generazioni sotto la seducente spinta dei vari Moccia, Ammaniti, Kinsella, Baricco non si è verificata, almeno da ciò che si vede in TV o si legge in giro. E non solo le giovani generazioni, ma un po’ tutto il pubblico leggente non pare abbia granché beneficiato dell’abbondanza di libri che vengono immessi sul mercato e pubblicizzati instancabilmente da agenzie letterarie con i controfiocchi e fiere del libro in gran copia. In genere anche l’arte libresca, come tutte le altre, trova giovamento e fermento più nelle epoche di proibizionismo che in quelle di liberismo, soprattutto quando il liberismo fa rima con consumismo. Il libro come ostentazione di uno status, pur non symbol, non convince molto: per il costo limitato, per l’evidente ingombro che produce nelle tasche, e poi perché da sempre guardato con sospetto da eroici anti-intellettuali alla T. Milian trasformati slealmente, per esigenze dei tempi, in azzimati autori con tanto di claque e editor al seguito (Totti, Faletti, et al). E dunque per rendere accattivante un’arte che per sua natura esige elementi sgraditi al popolo (silenzio, concentrazione, solitudine) fioccano tentativi d’ogni genere: dall’illustrare il libro nei talk show, alla lettura radiofonica, ai rimandi cinematografici, alle sovrapposizioni di gadget ad ampio spettro; dal museo del Nobel, all’impreziosire il libro con elementi vari, alla scelta della carta esclusiva, di illustrazioni, mappe, tutto ciò che la fantasia può scovare… vien da pensare ad un Kafka dei tempi nostri, alle prese con i disegni del suo Gregor, dalla piantina di casa Samsa alle moviole dei movimenti del malcapitato insetto, magari con puntini da unire con la penna, in modo da trarre ulteriore sollucchero dal succo della storia. Tutta questa attenzione alla confezione del libro, a ciò che viene prima di leggere, a quel noto tirare un respiro profondo prima di gettarsi nel freddo mare delle parole scritte e i suoi marosi (infiniti rimandi che ogni libro degno dovrebbe comportare) non fa che porre l’atto in sé su un piano sempre più aulico, ieratico, complesso e inadatto al ritmo della vita moderna, mentre in teoria vorrebbe renderlo alla portata di tutte le tasche e di tutte le menti. E le vendite crollano, non solo per il costo dei libri e della crisi in itinere, ma anche perché molti, troppi scrivono: soprattutto quelli che non dovrebbero farlo, come gente di spettacolo e politici di professione. Dunque un potenziale lettore così blandito e sedotto da motivi extra-libris non comprerà mai più un libro che lo arricchisca ma che comporti un minimo di fatica e di sforzo nella lettura (che è poi la quintessenza del masochistico piacere del lettore). Mi si obietterà che certi libri fanno guadagnare: però ad ogni guadagno improprio corrisponde sempre una perdita altrove.
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Tag: letteratura, libri, scrittura
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Complimenti, sottoscrivo in pieno. E un (triste) capitolo a parte andrebbe dedicato alle piccole case editrici che campano sulla smania egotica dei cosiddetti “autori emergenti” (etichetta politically-correct in qualche modo accostabile a “paesi in via di sviluppo”), magari poco più (o meno) che ventenni, che pubblicano ogni giorno decine (centinaia?) di pessimi libri al solo scopo di provare il brivido di essere chiamati scrittori/poeti etc. La cosa impressionante e davvero nauseabonda è la dimensione irrazionale, spropositata, titanica di questa produzione “intellettuale”, totalmente al di fuori non solo dalle regole della letteratura, ma anche dalle leggi del mercato e del buon senso.