In un milione di piccoli pezzi
di Fulvia Balestrieri

Una scrittura frenetica, rabbiosa, dura ma anche divertente. Sintassi irregolare, eppure immancabilmente chiara. Dialoghi lucidi e crudi. Punteggiatura incostante. Un racconto tormentato e irrequieto scorre nelle oltre 400 pagine che compongono In un milione di piccoli pezzi (2003), il primo romanzo di James Frey, sceneggiatore statunitense nato nel 1969.
Il romanzo è incentrato sulla storia di un ventitreenne dipendente da sostanze stupefacenti (prevalentemente crack) e dall’alcol, ricoverato nel migliore centro americano di disintossicazione. James, nome del protagonista (nonché dell’autore!), si confronterà con la furia interiore che lo porta, da ormai dieci anni, a farsi e a distruggere tutto ciò che lo circonda. Una furia che si manifesta spesso in presenza dei suoi genitori: “loro si sforzano di amarmi, io li ferisco.”
L’autore rivela ogni minuzioso dettaglio dell’esperienza di James: al lettore non è risparmiato nulla, nessun ricordo, nessuna debolezza, nessuna descrizione. Il giovane soffre fisicamente. Vomita continuamente bile, sangue. Combatte contro il suo corpo, teme di guardarsi negli occhi.
Nella clinica James verrà a contatto con altri pazienti – tra cui uno spacciatore, un ex campione di box e un giudice – che cercano disperatamente aiuto: uomini che, come lui, sperano di “ricostruire” la loro vita. Nelle prime pagine si percepisce la volontà del giovane di non legarsi a nessuno degli uomini che lo circonda, il bisogno di restare lontano da loro e in particolare da Leonard (che sarà, invece, il personaggio principale del romanzo Il mio amico Leonard (2005), sèguito di In un milione di piccoli pezzi). In realtà, durante la sua permanenza nel centro, James riuscirà a sopravvivere proprio grazie all’amicizia che ognuno di questi uomini gli offrirà: riusciranno a proteggersi, rispettarsi, abbracciarsi come fossero bambini, a (con)fidarsi come veri amici.
Nel centro James incontra anche Lilly, “la ragazza più bella” che abbia mai visto, con i cerchi neri sotto gli occhi, le cicatrici ai polsi, i vestiti dieci misure più grandi. Lilly è “in un milione di piccoli pezzi” quando incontra James: cerca la Libertà. La libertà dalle sostanze, forse. La libertà dal continuo rischio di amare e perdere, di fallire, dal dolore e dalla solitudine che l’avevano gettata tra le braccia del crack. Perché la droga era solo un rifugio, una speranza di fuga, prima di diventare una nuova prigione da cui liberarsi. Lilly chiede all’amore di essere il deterrente di tutto il suo dolore. Funziona? Sembrerebbe di sì. L’ultima pagina, con un linguaggio simile alla cronaca, ci suggerisce che forse l’amore non basta.
Il libro, alla sua pubblicazione, è stato un vero e proprio caso editoriale: attorno alla diffusione del romanzo è scoppiata un’immensa frenesia mediatica, dovuta all’ammissione, da parte dell’autore, di aver inventato parte del libro e quindi all’impossibilità di classificare il romanzo come un’opera autobiografica. Nel 2006 la casa editrice, Random House, si offrì di rimborsare il costo del libro ai lettori che si ritenevano truffati. Un anno dopo meno di 2000 lettori (su 5 milioni di copie vendute) si erano fatti avanti per ottenere il rimborso.
Ma importa davvero quanti dei fatti raccontati dall’autore siano realmente accaduti? Importa che si tratti di una storia vera o di un romanzo ben architettato? Il lettore sente la verità raccontata da Frey nella sua scrittura, nella debolezza autodistruttiva del personaggio James, nelle sue ossessioni, nelle sue risposte maleducate, nella sua dolcezza e anche nel suo odio, nella sua coerenza e nei suoi errori, nella sua scoperta di sé: per James la dipendenza è una decisione. Tutto deriva dalla volontà, non dalla genetica, né dal destino. E non si può insegnare a volere.
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