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	<title>Levia Gravia</title>
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	<description>Rivista online di culture contemporanee</description>
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		<title>Ennio Montesi con il libro “Racconti per non impazzire” ricorda Federico Fellini</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 18:42:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[
È nelle librerie pubblicato dall’editore Mursia“Racconti per non impazzire”, una serie di racconti dedicati da Ennio Montesi all’amico Federico Fellini a metà tra psicologia e fantasia, tra il concepibile e l’irrealizzabile, nei quali i protagonisti vengono inghiottiti dalle proprie esistenze. Storie tragiche, surreali e profondamente umane in cui l’autore esercita la sua abilità narrativa inducendo a frugare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 267px"><img title="Ennio Montesi - Racconti per non impazzire" src="http://3.bp.blogspot.com/_NLBD5BY417U/TDK9MpnE_dI/AAAAAAAAAFo/eNMHl2st_3E/s400/ennio_montesi_racconti.gif" alt="Ennio Montesi - Racconti per non impazzire" width="257" height="400" /><p class="wp-caption-text">Ennio Montesi - Racconti per non impazzire</p></div>
<p style="text-align: left;">È nelle librerie pubblicato dall’editore Mursia<strong>“</strong><a href="http://raccontipernonimpazzire.blogspot.com/" target="_blank"><strong>Racconti per non impazzire</strong></a><strong>”</strong>, una serie di racconti dedicati da <strong>Ennio Montesi</strong> all’amico <strong>Federico Fellini</strong> a metà tra psicologia e fantasia, tra il concepibile e l’irrealizzabile, nei quali i protagonisti vengono inghiottiti dalle proprie esistenze. Storie tragiche, surreali e profondamente umane in cui l’autore esercita la sua abilità narrativa inducendo a frugare all’interno delle coscienze e lasciando aperte diverse piste interpretative. Ennio Montesi è autore di romanzi e soggetti per la televisione e il cinema. Significativo il suo scambio epistolare con lo scrittore statunitense <strong>Henry Roth</strong>, che gli dedicò il racconto “Prosewriter’s Threnody”. Montesi è fondatore, insieme a <strong>Luigi Cascioli</strong>, di <strong>Axteismo</strong>, movimento internazionale di libero pensiero, che concentra studiosi, cristologi laici, ricercatori, magistrati, scrittori e persone che non accettano imposizioni e influenze religiose. Fa parte della Segreteria Nazionale del partito politico <strong>Democrazia Atea</strong>.</p>
<p align="center"><em>«A Luigi Cascioli, Federico Fellini e Vittorio Giorgini, </em><em>amici, maestri di libero pensiero e di vita. A mai più.»</em></p>
<p align="center"><em>Ennio Montesi</em></p>
<blockquote><p><em>Scheda del libro:</em></p>
<p>Autore: <strong>Ennio Montesi</strong></p>
<p>Titolo: <strong>Racconti per non impazzire</strong></p>
<p>Editore: <strong>Mursia</strong></p>
<p>Genere:<strong> Narrativa contemporanea</strong></p>
<p>EAN: <strong>978-88-425-4209</strong></p>
<p>Codice: <strong>23725H</strong></p>
<p>website: <a href="http://raccontipernonimpazzire.blogspot.com" target="_blank">http://raccontipernonimpazzire.blogspot.com</a></p></blockquote>
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		<title>Letteratura e storia. La trilogia della macchina di Miljenko Jergović</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jun 2010 13:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Stanca</dc:creator>
				<category><![CDATA[prosa e racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[antonio stanca]]></category>
		<category><![CDATA[La trilogia della macchina]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura e storia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Miljenko Jergović]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal 2002 al 2007 il giovane scrittore bosniaco Miljenko Jergović è stato impegnato nella “trilogia della macchina”, tre romanzi che narrano del rapporto tra l’uomo e la sua automobile. Il primo s’intitola “Buick Riviera”, il secondo “Volga, Volga”, il terzo “Freelander”. Questo, uscito nella versione originale nel 2007, è ora comparso in Italia per conto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.reset-italia.net/wp-content/uploads/2010/06/foto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-42711" title="Trilogia della macchina" src="http://www.reset-italia.net/wp-content/uploads/2010/06/foto-175x300.jpg" alt="Miljenko Jergović - trilogia della macchina" width="175" height="300" /></a>Dal 2002 al 2007<strong> il giovane scrittore bosniaco Miljenko Jergović </strong>è stato impegnato nella “trilogia della macchina”, tre romanzi che narrano del rapporto tra l’uomo e la sua automobile. Il primo s’intitola “Buick Riviera”, il secondo “Volga, Volga”, il terzo “Freelander”. Questo, uscito nella versione originale nel 2007, <strong>è ora comparso in Italia</strong> per conto della casa editrice Zandonai.<br />
<span id="more-215"></span></p>
<p>Jergović ha quarantaquattro anni, è nato a Sarajevo nel 1966, qui è vissuto fino al 1992, si è laureato in Filosofia e Sociologia, dal 1993 vive e lavora a Zagabria. Ha esordito come poeta nel 1988, come scrittore nel 1994 col famoso “<strong>Le Marlboro di Sarajevo</strong>”, una raccolta di racconti che gli ha procurato molti riconoscimenti e lo ha reso famoso oltre i confini della sua terra. Ha continuato come giornalista, redattore, drammaturgo, traduttore, conduttore televisivo e soprattutto come scrittore. Le sue narrazioni sono state spesso premiate e tradotte in molte lingue: è considerato il maggiore dei nuovi scrittori della Ex Jugoslavia. Suo genere preferito è il racconto breve, il suo stile è vario, dal periodo molto ampio a quello brevissimo, dai toni alti a quelli bassi. Anche nel contenuto si alternano temi ricercati ad altri comuni, quotidiani. Vero, autentico vuole riuscire in tal modo questo scrittore, della vita egli vuol dire, di come è fatta, di quanto comprende, di ciò che avviene, di chi la vive. Ad essa vuol far aderire la sua scrittura,  alla vita della vecchia Jugoslavia, ai suoi gravi avvenimenti, alle guerre esterne ed interne, alle distruzioni, crudeltà di ogni genere  successe quando inconcepibile era ormai divenuta tanta violenza nei rapporti umani e sociali.</p>
<p>Della sua vecchia terra scrive Jergović nelle numerose opere perché di essa intende recuperare lingua, religione, costumi, quanto, cioè, la distingueva e ne faceva una nazione. Un’aspirazione difficile la sua se si tiene conto che molte sono le etnie che in Jugoslavia si sono succedute, incontrate, scontrate, che controverso è stato il loro rapporto, impossibile una loro combinazione, che tante sono state e sono rimaste le lingue, le religioni e le usanze. Questo non ha fatto desistere Jergović ma lo ha convinto che tanta varietà e vastità non è un problema bensì un segno distintivo che andava cercato in ogni luogo della passata Jugoslavia. Così ha proceduto nelle sue narrazioni e così ha concepito l’idea del viaggio che fa compiere al protagonista di “Freelander”. Un viaggio, infatti, permette di venire a contatto con tanti luoghi, tante persone, di vivere tante situazioni. Il viaggiatore è il professore Karlo Adum che, con la vecchia e inseparabile Volvo, dopo circa cinquant’anni va da Zagabria, dove è vissuto, a Sarajevo, dove è nato. Ora è solo, è vedovo, è pensionato ed una circostanza particolare lo convince ad andare a Sarajevo e percorrere tanti chilometri. Porta con sé una pistola per difendersi da eventuali pericoli e passa attraverso città, villaggi, campagne dove visibili sono i segni di una recente guerra. Sono immagini, paesaggi di rovina, di miseria, di pena, di dolore, di morte quelli che gli si offrono, sono pericolosi gli incontri che fa per strada o nei locali dove si ferma per mangiare o dormire e sono soprattutto ricordi quelli che affiorano ad ogni passo. Anche questo è un libro di memorie e stavolta le memorie sono proprie dell’autore essendo il viaggio compiuto dal professore, da Zagabria a Sarajevo, quello che Jergović compie nel ricordo della sua vita passata. I luoghi attraversati da Karlo Adum con la sua Volvo sono stati dello scrittore ed essi egli vuole mostrare nelle condizioni degli anni precedenti, vuole rappresentare i danni che avevano subito da una delle tante guerre della Jugoslavia, le gravi conseguenze che ancora duravano. Vuole esprimere il suo sdegno per tanto male, denunciare i responsabili, entrare nella storia, giudicarla. Dalle piccole cose di ogni giorno Jergović muove, in questa e nelle altre opere, verso temi, tempi, spazi più ampi, dal caso procede verso la storia e di storia sono i suoi romanzi e racconti, di una storia che è stata crudele. Di essa egli fa letteratura, scrive, cioè, in modo da tradurre il documento in un racconto che ne estenda il significato, lo faccia giungere a tutti. E’ il compito che Jergović ritiene debba essere di ogni autore, quello di saper stare tra i propri ed i richiami della realtà, di non evadere dalla vita, dalla storia ma d’impegnarsi per diventare anche la voce degli altri.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Antonio Stanca</em></p>
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		<title>Paesaggio e colore, nel Salento in mostra la pittura di Giovanni Margari</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 22:07:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Da Giovedì 27 Maggio a Domenica 6 Giugno, presso la Galleria d&#8217;Arte della Fondazione &#8220;F. Capece&#8221; di Maglie (Lecce), si terrà la mostra di pittura di Giovanni Margari dal titolo &#8220;Paesaggio e Colore&#8221; (apertura dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 20.30 &#8211; ingresso libero).
L’artista, dopo una pausa di attenta ricerca, si ripresenta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" title="Giovanni Margari - Pittura olio su tela - &quot;Soleto&quot;" src="http://farm5.static.flickr.com/4025/4431842478_f43bce8574.jpg" alt="Giovanni Margari - Pittura olio su tela - &quot;Soleto&quot;" width="500" height="402" /></p>
<p>Da Giovedì 27 Maggio a Domenica 6 Giugno, presso la Galleria d&#8217;Arte della Fondazione &#8220;F. Capece&#8221; di <strong>Maglie (Lecce)</strong>, si terrà la <strong>mostra di pittura</strong> di <strong>Giovanni Margari</strong> dal titolo &#8220;<strong>Paesaggio e Colore</strong>&#8221; (apertura dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 17.00 alle 20.30 &#8211; ingresso libero).</p>
<p>L’artista, dopo una pausa di attenta ricerca, si ripresenta alla critica e al pubblico con opere che evidenziano la sua creatività ispirata, in particolare, al genere del paesaggio salentino.</p>
<p>I temi trattati dall’autore interpretano la realtà e la esaltano nella scelta raffinata degli accostamenti cromatici. Infatti, le opere del Margari vanno guardate e riguardate sia per la ricerca attenta del colore, sia per la sicura padronanza tecnica, sia per le sensazioni inedite che riescono a determinare.</p>
<p>La pittura, nei dipinti, non è mai statica: i dinamismi si evidenziano in continuazione, soprattutto, negli sfondi quasi mai privi di luce; i colori sono vivi, a volte tenui, a volte marcati e tendono a dare presenza al soggetto, che diviene parte del fruitore dell’opera.</p>
<p>Nelle opere, la capacità di analisi, la sintesi creativa, la tecnica, la forza espressiva di un linguaggio pittorico personale tendono ad esaltare il colore che diventa protagonista assoluto ed è un colore splendente con aspetti simbolici, che in taluni casi diventano astratti.<br />
<span id="more-213"></span><br />
<img class="alignnone" title="Mostra d'arte di Giovanni Margari" src="http://farm3.static.flickr.com/2789/4322487618_d309be4bce.jpg" alt="Mostra d'arte di Giovanni Margari" width="418" height="500" /><br />
Giovanni Margari (olio su tela, 2009)</p>
<ul>
<li><strong><a title="Giovanni Margari - quadri" href="http://www.flickr.com/photos/giovannimargari/show/with/4322487618/" target="_blank">Slideshow di alcune opere di Giovanni Margari</a></strong></li>
</ul>
<p style="text-align: right;"><em>S. L. P.</em></p>
<p><em>Come arrivare alla mostra</em></p>
<p><small><a style="color: #0000ff; text-align: left;" href="http://maps.google.it/maps?f=q&amp;source=embed&amp;hl=it&amp;geocode=&amp;q=Istituto+Francesca+Capece,+Maglie+Lecce&amp;sll=40.122191,18.29936&amp;sspn=0.007728,0.012724&amp;ie=UTF8&amp;hq=Istituto+Francesca+Capece,&amp;hnear=Maglie+LE&amp;ll=40.122092,18.299317&amp;spn=0.006295,0.006295&amp;t=h">Visualizzazione ingrandita della mappa</a></small></p>
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		<title>Gli elettori, braccia rubate alla dittatura</title>
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		<pubDate>Sat, 15 May 2010 19:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Margari</dc:creator>
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Certe affermazioni di Pier Paolo Pasolini erano vere e attuali all&#8217;epoca in cui furono pronunciate e &#8211; purtroppo &#8211; lo sono ancora di più oggi. Sono la prova che la democrazia resta l&#8217;inganno più eloquente della società contemporanea, in quanto le relazioni sociali sono viziate profondamente dalla sudditanza culturale che vivono gli elettori odierni, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://davidderrick.files.wordpress.com/2007/11/pp-pasolini.jpg" alt="Pasolini" /><br />
Certe affermazioni di Pier Paolo Pasolini erano vere e attuali all&#8217;epoca in cui furono pronunciate e &#8211; purtroppo &#8211; lo sono ancora di più oggi. Sono la prova che la democrazia resta l&#8217;inganno più eloquente della società contemporanea, in quanto le relazioni sociali sono viziate profondamente dalla sudditanza culturale che vivono gli elettori odierni, non solo in Occidente. Gran parte del corpo elettorale, plagiato ad arte dai mezzi di comunicazione, contestualmente specchio e braccio della società dei consumi citata da Pasolini, è divenuta una massa incancrenita, inabilitata a un corretto esercizio del diritto e dovere di voto. La democrazia funziona in presenza di regole che equilibrano i componenti, portatori di interessi spesso contrapposti.<br />
Le regole possono anche essere valide &#8211; pensiamo alla Costituzione, somma regola dell&#8217;ordinamento giuridico &#8211; ma tra i componenti fondamentali, il corpo elettorale è reso fantoccio, di fatto inabilitato a compiere il suo dovere, inaffidabile nel suo stesso interesse. Pertanto i frutti di una democrazia viziata &#8211; nel caso italiano dolosamente viziata &#8211;  sono allo stato attuale da ritenersi illegittimi.</p>
<p><object width="480" height="385"><param name="movie" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/CW6NEVr8CC0&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube-nocookie.com/v/CW6NEVr8CC0&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="480" height="385"></embed></object></p>
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		<title>Tutto è vita. &#8220;Sotto cieli noncuranti&#8221; di Benedetta Cibrario</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 18:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonio Stanca</dc:creator>
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Come il primo romanzo “Rossovermiglio”, col quale vinse nel 2008 il Premio Campiello, anche il secondo, “Sotto cieli noncuranti”, è stato pubblicato da Feltrinelli nella serie “I Narratori”. Il primo è comparso nel 2007, il secondo nel 2010, li ha scritti Benedetta Cibrario che, nata a Firenze, vive ora a Milano dove svolge il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-204" title="Sotto cieli noncuranti - Benedetta Cibrario" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2010/05/foto.jpg" alt="Sotto cieli noncuranti - Benedetta Cibrario" width="400" height="650" /></p>
<p>Come il primo romanzo “Rossovermiglio”, col quale vinse nel 2008 il Premio Campiello, anche il secondo, “Sotto cieli noncuranti”, è stato pubblicato da Feltrinelli nella serie “I Narratori”. Il primo è comparso nel 2007, il secondo nel 2010, li ha scritti Benedetta Cibrario che, nata a Firenze, vive ora a Milano dove svolge il suo lavoro. Da bambina la Cibrario è vissuta a Torino e di questa città si dice nei due romanzi. Nel secondo costituisce l’ambiente principale e fa pensare che la scrittrice sia rimasta legata ai luoghi della sua infanzia. Inoltre come in “Rossovermiglio” anche in “Sotto cieli noncuranti” ritorna l’interesse della Cibrario per quanto di vario, d’imprevisto, di assurdo può avvenire nella vita, per quanto di diverso, di contrario, rispetto alle intenzioni, alle volontà può verificarsi, per come tutto succeda lontano non solo da ogni previsione ma anche da ogni protezione, per come anche i cieli siano “noncuranti”.</p>
<p>Nella Torino dei nostri tempi, pochi giorni prima di Natale, un bambino di tre anni, di buona famiglia, Francesco, muore cadendo da un balcone del terzo piano nonostante stia in casa con la madre. Negli stessi giorni, Chiara, la moglie del magistrato incaricato d’indagare sulla vicenda, viene travolta e uccisa da un’automobile in una strada di un’altra zona di Torino. Non c’è alcuna relazione tra i due casi se non quella della loro contemporaneità e imprevedibilità e mentre il secondo risulterà chiaro il primo rimarrà un mistero fino alla fine del romanzo poiché fino ad allora quella madre sarà muta come era stata trovata accanto alla porta del balcone dopo la disgrazia. Un mistero dal momento che il bambino era così piccolo da non poter aprire quella porta e la madre era così attenta a quell’unico figlio da non poterla lasciare aperta. Un mistero fin quando non si saprà che era stata lei poco prima sul balcone, era uscita per fumare, era rientrata in casa richiamata dagli squilli del telefono, aveva lasciato aperta la porta per i pochi istanti della telefonata ed erano bastati quelli ad un bambino irrequieto come Francesco per uscire, arrampicarsi e cadere, era stata tanta gravità seguita ad una così minima disattenzione a sconvolgere la donna fino al punto da immobilizzarla, non farle prestare soccorso e ammutolirla.</p>
<p>Un istante, una svista, una distrazione può cambiare tutto: così è  la vita, non la si può prevedere, non la si può proteggere. Questo vuol dire la Cibrario del romanzo. La sua Chiara, il suo Francesco sono alcuni dei tanti casi che compongono la vita e che insieme ad essi avvengono rendendola varia, immensa, infinita. Mostrerà, infatti, la scrittrice molti personaggi, li farà parlare ognuno delle proprie cose: parleranno i famigliari delle vittime, quelli degli inquirenti. Si saprà di quanto avviene indipendentemente da quegli avvenimenti, si vedrà che per tutto c’è posto nella vita, che interminabili sono i suoi aspetti, i suoi risvolti. Ampio è lo sguardo della Cibrario, comprende grandi e piccoli, uomini e donne, città e montagne, case e strade, passato e presente, pensieri ed azioni, persone e cose, successi e fallimenti. Vuole essere come la vita, vuole contenere tutto e mostrare che così è sempre stato e non può essere diversamente. Un messaggio il suo, un invito ad accettare quel che è nostro da sempre e del quale forse non ci si era accorti.</p>
<p>Più estesa è la visione rispetto a “Rossovermiglio” dove si era trattato della sconfitta ad opera dei tempi moderni della spiritualità, della sentimentalità della protagonista. Non ridotta ad una circostanza è la Cibrario di “Sotto cieli noncuranti” ma aperta ad ogni contesto: è avvenuto uno sviluppo sostenuto anche da un linguaggio che aderisce perfettamente alle tante situazioni presentate, le fa riuscire vere poiché straordinariamente ricco ed articolato.</p>
<p style="text-align: left;">Antonio Stanca</p>
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		<title>In un milione di piccoli pezzi</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 07:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fulvia Balestrieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA["In un milione di piccoli pezzi"]]></category>
		<category><![CDATA["James Frey"]]></category>
		<category><![CDATA[2003]]></category>
		<category><![CDATA[sceneggiatura]]></category>

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Una scrittura frenetica, rabbiosa, dura ma anche divertente. Sintassi irregolare, eppure immancabilmente chiara. Dialoghi lucidi e crudi. Punteggiatura incostante. Un racconto tormentato e irrequieto scorre nelle oltre 400 pagine che compongono In un milione di piccoli pezzi (2003), il primo romanzo di James Frey, sceneggiatore statunitense nato nel 1969.
Il romanzo è incentrato sulla storia di [...]]]></description>
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<p> </p>
<p>Una scrittura frenetica, rabbiosa, dura ma anche divertente. Sintassi irregolare, eppure immancabilmente chiara. Dialoghi lucidi e crudi. Punteggiatura incostante. Un racconto tormentato e irrequieto scorre nelle oltre 400 pagine che compongono<em> In un milione di piccoli pezzi</em> (2003), il primo romanzo di James Frey, sceneggiatore statunitense nato nel 1969.</p>
<p>Il romanzo è incentrato sulla storia di un ventitreenne dipendente da sostanze stupefacenti (prevalentemente crack) e dall’alcol, ricoverato nel migliore centro americano di disintossicazione. James, nome del protagonista (nonché dell’autore!), si confronterà con la furia interiore che lo porta, da ormai dieci anni, a farsi e a distruggere tutto ciò che lo circonda. Una furia che si manifesta spesso in presenza dei suoi genitori: “loro si sforzano di amarmi, io li ferisco.”</p>
<p>L’autore rivela ogni minuzioso dettaglio dell’esperienza di James: al lettore non è risparmiato nulla, nessun ricordo, nessuna debolezza, nessuna descrizione. Il giovane soffre fisicamente. Vomita continuamente bile, sangue. Combatte contro il suo corpo, teme di guardarsi negli occhi.</p>
<p>Nella clinica James verrà a contatto con altri pazienti – tra cui uno spacciatore, un ex campione di box e un giudice – che cercano disperatamente aiuto: uomini che, come lui, sperano di “ricostruire” la loro vita. Nelle prime pagine si percepisce la volontà del giovane di non legarsi a nessuno degli uomini che lo circonda, il bisogno di restare lontano da loro e in particolare da Leonard (che sarà, invece, il personaggio principale del romanzo <em>Il mio amico Leonard</em> (2005), sèguito di <em>In un milione di piccoli pezzi</em>). In realtà, durante la sua permanenza nel centro, James riuscirà a sopravvivere proprio grazie all’amicizia che ognuno di questi uomini gli offrirà: riusciranno a proteggersi, rispettarsi, abbracciarsi come fossero bambini, a (con)fidarsi come veri amici.</p>
<p>Nel centro James incontra anche Lilly, “la ragazza più bella” che abbia mai visto, con i cerchi neri sotto gli occhi, le cicatrici ai polsi, i vestiti dieci misure più grandi. Lilly è “in un milione di piccoli pezzi” quando incontra James: cerca la Libertà. La libertà dalle sostanze, forse. La libertà dal continuo rischio di amare e perdere, di fallire, dal dolore e dalla solitudine che l’avevano gettata tra le braccia del crack. Perché la droga era solo un rifugio, una speranza di fuga, prima di diventare una nuova prigione da cui liberarsi. Lilly chiede all’amore di essere il deterrente di tutto il suo dolore. Funziona? Sembrerebbe di sì. L’ultima pagina, con un linguaggio simile alla cronaca, ci suggerisce che forse l’amore non basta.</p>
<p>Il libro, alla sua pubblicazione, è stato un vero e proprio caso editoriale: attorno alla diffusione del romanzo è scoppiata un’immensa frenesia mediatica, dovuta all’ammissione, da parte dell’autore, di aver inventato parte del libro e quindi all’impossibilità di classificare il romanzo come un’opera autobiografica. Nel 2006 la casa editrice, Random House, si offrì di rimborsare il costo del libro ai lettori che si ritenevano truffati. Un anno dopo meno di 2000 lettori (su 5 milioni di copie vendute) si erano fatti avanti per ottenere il rimborso.</p>
<p>Ma importa davvero quanti dei fatti raccontati dall’autore siano realmente accaduti? Importa che si tratti di una storia vera o di un romanzo ben architettato? Il lettore sente la verità raccontata da Frey nella sua scrittura, nella debolezza autodistruttiva del personaggio James, nelle sue ossessioni, nelle sue risposte maleducate, nella sua dolcezza e anche nel suo odio, nella sua coerenza e nei suoi errori, nella sua scoperta di sé: per James la dipendenza è una decisione. Tutto deriva dalla volontà, non dalla genetica, né dal destino. E non si può insegnare a volere.</p>
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		<title>Nuove corporee strutture architettoniche</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 21:04:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lara</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[trend]]></category>
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		<category><![CDATA[arte]]></category>
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Gestualità umane frenetiche, al bivio tra un’esibizione costante degli incoerenti e molteplici sé e un’introversa discesa verso lo smarrimento della personalità. Geometrie di rapporti relazionali sempre più affollati, sovraccarichi di input ed output, nevrosi endogene spesso scambiate per consustanziali incomprensioni provenienti dall’esterno. Discontinuità comunicative, interpretazione della moderna noia, parcellizzazione del tempo libero, raffazzonati esempi quotidiani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" title="binglabart" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/binglabart.jpg" alt="binglabart" width="425" height="285" /></p>
<p>Gestualità umane frenetiche, al bivio tra un’esibizione costante degli incoerenti e molteplici sé e un’introversa discesa verso lo smarrimento della personalità. Geometrie di rapporti relazionali sempre più affollati, sovraccarichi di input ed output, nevrosi endogene spesso scambiate per consustanziali incomprensioni provenienti dall’esterno. Discontinuità comunicative, interpretazione della moderna noia, parcellizzazione del tempo libero, raffazzonati esempi quotidiani di drammi estetici. Conseguente necessità di sfuggire ai mille psicologismi imperanti che pretendono definizioni rigorose, alla monogamia acclarata, all’appropriazione di una ed una sola personalità estetica ed estatica, nemmeno fosse la risultanza di un peccato originale. Un senso di claustrofobia ascensionale si irradia costituendosi invece, in ben più terreni e meno escatologici, punti di fuga, di raccolta, di concentrazione, venduti come dicotomico stadio binario di forza-difesa.</p>
<p>Se anche la moda e l’articolazione della propria immagine risentono di un’attitudine alla strutturazione che attraversa il concetto di corazza e di fortezza, senza dimenticare una strizzatina d’occhio alla metamorfosi continua del linguaggio estetico, che male non fa visto che mutare stato rende ancora più difesi ed inespugnabili, che accade?<br />
I giochi di ruoli tra i tessuti dell’oggi, nipoti del postmoderno in tutto il loro trionfo di ricavi, ricicli, riutilizzi, riscoperte, e tra i cosiddetti materiali “nuovi”, che hanno la loro punta d’eccellenza nel non esserlo affatto, si infittiscono. La trama del loro rapporto li porta a stringere relazioni quasi parentali con lo scopo di adornare, cultualizzare e, perché no, proteggere, in qualche modo, l’oggetto corpo.</p>
<p>Paradigma assoluto dell’artificio che l’uomo sa creare, la plastica. Ha scavalcato di parecchio il suo principale ruolo funzionale di velocità d’utilizzo, diventa la nuova eroina degli accessori e degli elementi d’arredo. Translucida, opaca o riflettente, colorata che non fa mistero della sua autentica chimicità fluo, trasparente e minimale più vicina ad un’esigenza di purezza organica,”sono come tu mi vuoi” dice, facendo il verso ai biscottini di Alice nel paese delle meraviglie.</p>
<p>Diventa un must irresistibile perché cangiante, mutevole e straordinariamente eclettica. Bracciali rigidi blu elettrico, fuxia scintillanti, rossi così lucidi da far invidia agli smalti laccati da patinati centri estetici, gialli triangoli per lobi dal gusto vintage ma da pretese di novella mutante, neri opalescenti o brillanti da guerriera dispersa tra le strutture architettoniche di un urbano decadente. Punta d’iceberg il freddo bianco trasparente che, all’occorrenza, diviene quasi un fiocco di neve al microscopio, che si deposita intorno al collo, strutturandosi in collane ghiacciate da novizie della regina delle nevi, delicatezza pura, intesa a non farsi riconoscere ma a farsi difendere. Spirali che, sciogliendosi alla seduzione del laser, avvolgono dita affusolate che gesticoleranno in un mondo al sapore di neon. Questo, signori è amore per la plastica, o meglio, per essere più anglofoni e corretti, Love for Plastic, brand moderno ed innovativo che ruota tutta la sua ricerca formale e di costume intorno al vasto utilizzo che si può fare di una materia così duttile e versatile come la plastica. La ricerca non taglia fuori la sperimentazione per oggetti d’interno, cubi psichedelici, dai riverberi liquidi e lucidi di una vasta gamma di colori pronti a farsi interpreti delle vostra mura domestiche, divengono spettacolari strategie d’illuminazione, ma anche geometrici e volitivi porta foto a 6 facce.</p>
<p style="text-align: center; "><a href="http://www.myspace.com/loveforplastic"><strong>myspace.com/loveforplastic</strong></a></p>
<p style="text-align: center; "><img class="alignnone size-full wp-image-177" title="love for plastic l'astra" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/love-for-plastic-lastra.jpg" alt="love for plastic l'astra" width="360" height="358" /></p>
<p style="text-align: center; "><img class="alignnone size-medium wp-image-176" title="love for plastic giallo" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/love-for-plastic-giallo-300x199.jpg" alt="love for plastic giallo" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: left; ">E se il legame parentale suddetto, tra materiali simili volgesse il suo sguardo anche verso languidi abbracci dalle forme lineari e basiche intorno a colli e polsi che non rinunciano alla purezza formale della sinuosità in questo mondo così spigoloso? In questo caso il connubio è perfetto perché non tradisce comunque il tempo in cui nasce, la classicità minimale delle forme fa ricorso al plexiglas sordo ad ogni tipo di convenzione o di stereotipo. Ed ecco che non è difficile immaginare un ponte che, partito dal passato è proteso al futuro, diviene reale e tangibile presente. Linea e lucidità sembrano essere le parole d’ordine che combattono per un corpo moderno da difendere da complicati schemi di configurazione dell’essere. E l’occhio fotografico di Ion, designer e fotografo, cattura la semplicità della forma che diviene, a sua volta linea di demarcazione, il limes romano sacro ed inviolabile, modello di difesa rispetto al caos circostante. Delicatezza e forza, rappresentati in un’unica struttura dove gli atomi elettricamente carichi (suggestione contenuta nel nome dell’artista e che fa riferimento alla definizione fisica di atomo carico elettricamente) si dispongono con ordine e rigore, senza dimenticare la formula dell’innovazione.</p>
<p style="text-align: center; "><a href="http://www.ionjewellry.com"><strong>www.ionjewellry.com</strong></a></p>
<p style="text-align: center; "><a href="http://www.ionjewellry.com"></a><br />
<img class="size-full wp-image-181 aligncenter" title="ion2" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/ion2.jpg" alt="ion2" width="336" height="252" />
</p>
<p style="text-align: center; "><img class="alignnone size-full wp-image-180" title="ion" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/ion.jpg" alt="ion" width="411" height="604" /></p>
<p style="text-align: center; "><img class="size-full wp-image-179 aligncenter" title="ion 3" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/ion-3.jpg" alt="ion 3" width="368" height="277" /></p>
<p>La fenomenologia del simbolo può contrarsi e produrre forme più dirette e manifestabili ad occhio nudo. Aggressività sublimate, ironiche ingerenze nel mondo feticista degli oggetti da divisa, si traducono in manette piatte in versatile e multiuso plexiglass, ancora lui. Il total black degli affezionati può essere scalzato dall’avanguardia della trasparenza che vanta l’inserto interno di stoffe tartan o merletti finissimi. A margine, tanto per rimanere con le idee chiare, una borchia killer. Feticcio moderno, punk-friendly, senza noie e nostalgie da spille da balia. E ancora ci si può corazzare don collane rigide da minimal guerriera del futuro dai colori cyber,non dimentica della forza dei colori fluo. Arancio e giallo fanno da padroni, in questi casi, ma il bianco ai limiti dell’abbacinante, alternato da un nero a contrasto, fa rivivere qualche suggestione sixties rinnovellata dal sacro fuoco della modernità. Demiurgo di ciò il marchio Binglabart eccezionale interprete, anch’esso, di un’antropologia dell’accessorio, di un simbolismo di forme attraverso cui  si sprigiona la creatività moderna e la sensibilità percettiva verso un mondo veloce, rapido, al fulmicotone. Ricostituzioni di significati e significanti visivi diventano architetture per il corpo, pronipoti di monili archetipici e raffinate revisioni, utili a districarsi nelle giungle urbane.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.binglabart.com"><strong>binglabart.com</strong></a></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-183" title="binglabart" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/binglabart.jpg" alt="binglabart" width="425" height="285" /></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-182" title="binglabart 3" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/binglabart-3.bmp" alt="binglabart 3" /></p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-185" title="binglabart4" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/binglabart4.bmp" alt="binglabart4" /><img class="alignnone size-full wp-image-184" title="binglabart2" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/11/binglabart2.bmp" alt="binglabart2" /></p>
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		<title>“Le Veneri messapiche” di Nello Sisinni</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 09:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo A.Petrelli</dc:creator>
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Sin dalle origini, già dal paleolitico, la figura femminile e, nello specifico, “le veneri” hanno rappresentato un simbolo di bellezza, eros e fertilità. Pubblicato dall’editore “Panìco”, il catalogo d’arte “Le Veneri messapiche” raccoglie e illustra lo speciale percorso creativo dello scultore e disegnatore Nello Sisinni. Come ben sappiamo, i messapi furono un&#8217;antica popolazione italica stanziatasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/7/74/CERAMICA_MESSAPICA.JPG/340px-CERAMICA_MESSAPICA.JPG" alt="Ceramica messapica" /><br />
Sin dalle origini, già dal paleolitico, la figura femminile e, nello specifico, “le veneri” hanno rappresentato un simbolo di <strong>bellezza, eros e fertilità</strong>. Pubblicato dall’editore “Panìco”, il catalogo d’arte “Le Veneri messapiche” raccoglie e illustra lo speciale percorso creativo dello scultore e disegnatore <strong>Nello Sisinni</strong>. Come ben sappiamo, i <strong>messapi</strong> furono un&#8217;antica popolazione italica stanziatasi nel territorio comprensivo della coeva provincia di Brindisi, di Lecce e di parte della provincia di Taranto. Le prime attestazioni di questa civiltà risalgono all’VIII secolo a.C. La vena artistica dei messapi s’intrecciò dapprima con quella tipica della cultura greca e, successivamente, con quella romana di cui la regione subì l’influenza e la dominazione a partire dal 272 a.C. Così, tornando all’attualità, la ricerca plastica di Sisinni si delinea attraverso una continua relazione tra lo slancio erotico tipico della cultura classica-ellenica e una dimensione più contemporanea della scultura, aperta a nuove tensioni espressive, camuffamenti formali e superamenti di genere. Nell’introduzione al libro proposta dallo stesso, l’artista scrive: “Veneri messapiche” titolo suggeritomi dall’amenità dei luoghi che esprimono l’intima coesione tra mito e storia. Ho evitato perciò di indicare nomi specifici alle singole composizioni quali Afrodite, Diana, Arianna, Pallade, Teti, Medea, Lavinia, Calliope, Elena, Leda e Dafne. Lo scopo della ricerca non è stato quello di affermare la loro esistenza fuori dal confine degli dèi dell’Olimpo, ma interpretare le forme più svariate alla luce della statuaria greca che mi avrebbero concesso tanta libertà e spontaneità nel «fare» dell’argilla – un procedimento che mi ha aiutato a rielaborare modelli plastici anteriori, declinandoli con nuova dimensione e diversa materia: la terracotta”. Così, senza particolari complicazioni meta-artistiche, il libro (pp.81) racconta, nel viluppo delle opere, questo viaggio: un cammino alla ricerca di una forma riconsiderata, di una rottura nella percezione di un modello dato. Quella di Sisinni è la personalizzazione che lo scultore propone innovando una figuratività codificata e canonica attraverso il gioco evocativo di nobili tradizioni arcaiche e dell’immaginario che ne consegue nel mondo contemporaneo.</p>
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		<title>Riflessioni &amp; flessioni</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 12:41:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cappellaio Matto</dc:creator>
				<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>

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Da quando la letteratura è diventata un hobby di massa, abbiamo assistito a strani fenomeni, forse chiari soltanto alla vista d’aquila di pochi veri bibliofili. Da un lato l’auspicata funzione pedagogica dell’indurre a lettura nuove generazioni sotto la seducente spinta dei vari Moccia, Ammaniti, Kinsella, Baricco non si è verificata, almeno da ciò che si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/paolomargari/3551552239/" title="waterstones in london | londra di Paolo Màrgari, su Flickr"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3361/3551552239_0418bbb08e.jpg" width="500" height="340" alt="waterstones in london | londra" /></a></p>
<p>Da quando la letteratura è diventata un hobby di massa, abbiamo assistito a strani fenomeni, forse chiari soltanto alla vista d’aquila di pochi veri bibliofili. Da un lato l’auspicata funzione pedagogica dell’indurre a lettura nuove generazioni sotto la seducente spinta dei vari Moccia, Ammaniti, Kinsella, Baricco non si è verificata, almeno da ciò che si vede in TV o si legge in giro. E non solo le giovani generazioni, ma un po’ tutto il pubblico leggente non pare abbia granché beneficiato dell’abbondanza di libri che vengono immessi sul mercato e pubblicizzati instancabilmente da agenzie letterarie con i controfiocchi e fiere del libro in gran copia. In genere anche l’arte libresca, come tutte le altre, trova giovamento e fermento più nelle epoche di proibizionismo che in quelle di liberismo, soprattutto quando il liberismo fa rima con consumismo. Il libro come ostentazione di uno status, pur non symbol, non convince molto: per il costo limitato, per l’evidente ingombro che produce nelle tasche, e poi perché da sempre guardato con sospetto da eroici anti-intellettuali alla T. Milian trasformati slealmente, per esigenze dei tempi, in azzimati autori con tanto di claque e editor al seguito (Totti, Faletti, et al).  E dunque per rendere accattivante un’arte che per sua natura <em>esige</em> elementi sgraditi al popolo (silenzio, concentrazione, solitudine) fioccano tentativi d’ogni genere: dall’illustrare il libro nei talk show, alla lettura radiofonica, ai rimandi cinematografici, alle sovrapposizioni di gadget ad ampio spettro; dal museo del Nobel, all’impreziosire il libro con elementi vari, alla scelta della carta esclusiva, di illustrazioni, mappe, tutto ciò che la fantasia può scovare&#8230; vien da pensare ad un Kafka dei tempi nostri, alle prese con i disegni del suo Gregor, dalla piantina di casa Samsa alle moviole dei movimenti del malcapitato insetto, magari con puntini da unire con la penna, in modo da trarre ulteriore sollucchero dal succo della storia. Tutta questa attenzione alla confezione del libro, a ciò che viene prima di leggere, a quel noto tirare un respiro profondo prima di gettarsi nel freddo mare delle parole scritte e i suoi marosi (infiniti rimandi che ogni libro degno dovrebbe comportare) non fa che porre l’atto in sé su un piano sempre più aulico, ieratico, complesso e inadatto al ritmo della vita moderna, mentre in teoria vorrebbe renderlo alla portata di tutte le tasche e di tutte le menti.  E le vendite crollano,  non solo per il costo dei libri e della crisi in itinere, ma anche perché molti, troppi scrivono: soprattutto quelli che non dovrebbero farlo, come gente di spettacolo e politici di professione. Dunque un potenziale lettore così blandito e sedotto da motivi extra-libris non comprerà mai più un libro che lo arricchisca ma che comporti un minimo di fatica e di sforzo nella lettura (che è poi la quintessenza del masochistico piacere del lettore). Mi si obietterà che certi libri fanno guadagnare: però ad ogni guadagno improprio corrisponde sempre una perdita <em>altrove</em>.</p>
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		<title>Un incubo meridionale</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 11:32:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giacomo Gramer</dc:creator>
				<category><![CDATA[prosa e racconti]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[meridione]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>

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Foto di M. Migliard
A volte, in quei pomeriggi assolati quando la vita ti ha veramente stremato, è bello mandare tutto al diavolo, chiudere le imposte e lasciarsi sdrucciolare in un sonno morbido. La stanza passa in un istante dal giorno alla notte, e tutto sembra provvisorio e irreale. All’inizio il letto è freddo, e senti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-158" title="040830tramonto" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/10/040830tramonto.jpg" alt="Foto di M. Migliardi" width="449" height="599" /><br />
<em>Foto di M. Migliard</em></p>
<p>A volte, in quei pomeriggi assolati quando la vita ti ha veramente stremato, è bello mandare tutto al diavolo, chiudere le imposte e lasciarsi sdrucciolare in un sonno morbido. La stanza passa in un istante dal giorno alla notte, e tutto sembra provvisorio e irreale. All’inizio il letto è freddo, e senti le lenzuola fredde sulla pelle esausta; ma è un fastidio piacevole, perché sai già che tra poco il tuo corpo le renderà tiepide e accoglienti, e ti sentirai tutt’uno avvoltolato in loro. Il letto ti conosce da sempre, ti assolve placidamente; quando torni in lui non devi spiegare niente, non c’è nulla di te che già non sappia. Allora la mente precipita, ed è dolce e spaventoso insieme, se ti fermi a pensarci. Ma in quel momento avverti solo una strana beatitudine, e una vertigine leggera come vino frizzante. E col respiro che incespica, senza quasi accorgertene, stai già varcando la Soglia.</p>
<p>Era un pomeriggio di quelli, e io ero giovane – nel sonno ci si accorge del tempo che passa meglio che da svegli, e se ne ha un terrore sconfinato; nel sonno si soffre di più, ma paradossalmente soffrire è piacevole, mentre ridere riesce doloroso. Mia madre rientrava in casa con le buste cariche di spesa. I marchi delle multinazionali ridevano: io ero giovane, il paese era ricco.</p>
<p> – C’è la Crisi, è vero, – dicevo – ma a noi non va poi così male.</p>
<p>Mia madre inarcava le sopracciglia.</p>
<p> – Ci va bene, è vero, – mi rivelava – ma solo perché abbiamo ancora buoni rapporti con le <em>Parti Sociali</em>; conoscono di persona me e tuo padre, e chiudono un occhio. Ma per quanto ancora?</p>
<p>E mi veniva in mente quell’impiegato barbuto, con gli occhiali, allo sportello. Era sempre gentile con i miei. Conosciuti negli anni ’70. Il mondo doveva essere totalmente diverso allora; ma loro che c’erano non se ne sono accorti, e si illudono che sia ancora tutto uguale. Le <em>Parti Sociali</em> era dove ancora girava un po’ il Denaro, <em>li sórdi</em> diciamo noi. <em>Li sórdi</em> contano, soprattutto quando sono contati: è un paradosso matematico. L’impiegato barbuto dello sportello, lui sì che era gentile. Di sicuro non era un cattolico fanatico, quelli là è tutta gente assurda.</p>
<p> – Ti ricordi, mamma, quel gesto? – e mimai di lanciarle qualcosa addosso.</p>
<p>Se lo ricordava, il gesto, come no. Era stato una domenica mattina, in chiesa. Io ero in piedi accanto a mia madre, chissà quanti anni prima – in chiesa non ci vado ormai da anni, ma mio padre mi ha trasmesso uno strano senso di colpa che riaffiora ogni qual volta scrivo ‘chiesa’ minuscolo. Al banco subito dietro il nostro c’era la Catechista. Tutti avevano occhi vitrei, guardavano fisso la Funzione. Ma io mi divertivo di più a girarmi, facendo finta di osservare l’ingresso, per guardare quelle facce bruttissime della <em>Bravagente</em> che sente messa. La Catechista non sorrideva mai. E si capisce, poveraccia, sopportava le umiliazioni dell’adulterio del marito e di una vita (o forse più) senza amore. Questo mio pensiero compassionevole non mi impedisce di considerarla una stronza, anche perché se non fossi così doppio e ambivalente non potrei sentirmi un cristiano. Io non mi ci sento a dire il vero, ma per fortuna o purtroppo lo sono. Ricordo ancora la riunione prima della mia cresima (si chiama così perché la gente è talmente ignorante che non riesce neppure a dire ‘crisma’. La crisma funziona così: un ciccione vestito da Pulcinella viene e ti insozza la fronte con due dita di olio come fossi una <em>friseḍḍa</em>,<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn1">[1]</a> poi ti fanno i regali. Pochi sanno che in realtà la crisma è un momento fondamentale: fu istituita per sancire la liberazione dal Catechismo, quella fase della tua vita in cui la chiesa cerca invano di condizionare le tue future scelte politiche. Naturalmente la fase del Catechismo, che scempia e guasta almeno un pomeriggio della settimana al 95% dei giovani meridionali – ma al 75% degli italiani –, non ha mai fine, se hai la sventura di rimanere Catechista; a questa trista condizione si accompagnano in genere l’adulterio del marito e una vita – o forse più – priva di amore). Dicevo, la riunione prima della crisma. Era una sorta di assemblea condominiale, però dentro la chiesa – suggestivo, no? C’erano i parenti delle vittime, e c’erano le vittime, cioè noi che ci crismavamo, poco più che marmocchi. I miei però non c’erano, mi ci avevano mandato da solo, perché non gli andava (anzi, diciamo noi, non <em>li collava</em>): e come dargli torto, meschinelli! Insomma, c’era questa benedetta Catechista col microfono in mano e la faccia da <em>Corpusdomini</em> e da <em>Adulteriodelmarito</em>, la quale guardava con ira gli astanti, e annunciava schiumando furore, con lingua biforcuta, che il Vescovo, bontà sua, aveva messo una tassa in più (òbolo si chiamava); cioè aveva detto, senza neppure la decenza di fornire l’ombra di un pretesto, o mi date questi soldi in più, oppure non ci vengo proprio a farvi la crisma o cresima che dir si voglia: me ne sto a casa mia, in pantofole, a grattarmi la pancia. Io, stretto nella morsa dei miei tredici anni e dei miei radi baffetti, mi ribellai e chiesi la parola. La Catechista se ne irritò, non avrebbe voluto, ma mi diede lo stesso il microfono, attendendo il peggio. Nel frattempo, il marito indulgeva in qualche adulterio. Dissi, guardando quella distesa di parrocchiani stronzi: – Ma perché dare quei soldi in più al Vescovo? Non è giu&#8230; Ma subito la Catechista mi strappò il microfono di mano, rimandandomi a posto con un <em>Calcionelculo</em> spirituale ma doloroso, tra l’ostilità rancorosa dei Parrocchiani Impellicciati Riuniti Leccesi Apostolici (P.I.R.L.A.). Nessuno dei miei compagni di crisma mi rivolse più la parola, e amare vergogne provai a lungo per ciò che avevo detto. Sennonché anni dopo lessi Dostoevskij, il quale mi comunicò che erano loro ad aver sbagliato, e che io potevo andare fiero di me stesso: ma ormai la ragazzina del crisma che mi piaceva, la quale, per quanto mi è dato sapere, non ha mai letto Dostoevskij, mi considerava ·<em>nnu piezzu te fessa</em>,<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn2">[2]</a> con buona pace dei fr.<sup>lli</sup> Karamazov.</p>
<p>Facciamo un flashback del tutto inutile: anni prima, durante una seduta del Catechismo, nel corso di un tedioso pomeriggio meridionale, accadde un che di inaudito. Io fui collocato davanti a una bambina del mio quartiere, la quale ha una sorella uguale a lei ma con le tette più grandi, e ormai non mi saluta da anni (dopo l’episodio della crisma, <em>ça va sans dire</em>). Ebbene, quel sabato pomeriggio io avevo sì e no dieci anni, e l’episodio della crisma era ancora di là da venire, capite bene, e la bambina non poteva neppure sospettare. Ebbene, io fui collocato davanti a lei, e mentre un’altra Catechista (la quale invece si era parzialmente ribellata all’adulterio del marito, e conduceva spesso la sua vita senza amore in arditi pellegrinaggi in Terrasanta, dove una volta scorrazzavano i Templari, e ora è tutto un <em>pot-pourri </em>di catechiste cornute) diceva scempiaggini circa la Transustanziazione, ebbene, questa bambina mi guardava dritto nell’iride con occhi vivi e penetranti come vento invernale, e passava impudicamente la lingua tra i denti, e, vi dirò di più cari amici, il suo piede accarezzava lascivamente il mio. Io, che leggevo <em>Topolino</em> ed ero ben lontano dall’abbandonare la mia Isola Benedetta, non sapevo proprio cosa fare, mi vergognavo, arrossivo, e fingevo di ascoltare le scempiaggini circa la Transustanziazione: infatti io sono un patito della Transustanziazione; ho un poster in camera mia, della Transustanziazione, cosa credete, voialtri? Ma a parte questo pomeriggio transustanziale, i miei rapporti col Catechismo (che mio padre chiamava <em>Cataclisma</em> allo scopo di suscitare ilarità) furono quelli normali, di un qualsiasi italianino meridionale medio che attende la crisma, sennonché, suvvia, ohibò, io ci credevo un bel po’, e aspettavo pure ardite rivelazioni dalle Numinosità Impercettibili.</p>
<p>Ebbene, veniamo al fatto: dicevo che era una domenica mattina, io sentivo messa con mamma al mio fianco, e dietro di noi c’era la Catechista, quella del microfono e della crisma, che non sorrideva mai, muta e accigliata come suo costume. Notai, durante l’OmEliA (mi pare brutto scrivere maiuscola solo l’iniziale), che la Catechista si era stranamente assentata, ma non diedi  molto peso alla cosa. Sennonché, al termine della querimonia, mentre stiamo per lasciare la cappella, giunge la Catechista dalla sagrestia, furiosa e sbuffante come un treno, diretta di gran carriera<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn3">[3]</a> verso mia madre: aggiungerò che la Catechista brandisce in mano un grosso anello d’oro con una pietra rosso sangue, enorme, simile al rubino. Mia madre vede l’anello e dice: – ·<em>Nnà</em>!<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn4">[4]</a> È mio quell’anello! La Catechista, con una smorfia di odio, le tira l’anello addosso (capito, lettore, il gesto cui alludevo all’inizio?) e le grida con disprezzo: – Questo anello ti è uscito dal culo!</p>
<p>Tutti i P.I.R.L.A. di cui sopra, che stavano già abbandonando la cappella dopo la domenicale funzione, ammutoliscono e s’arrestano per assistere ai fattacci altrui, e riferirne in seguito nei loro pranzi domenicali, <em>alle case loro</em>, con le paste acquistate di fresco sottomano, ed eventualmente portare avanti una lunga e accanita discussione, col supporto attivo delle <em>Parti Sociali</em>.</p>
<p> – Ma&#8230; ma&#8230; come ti permetti? Che vorresti dire? – balbetta mia madre, lasciando l’anello per terra, <em>nonchalante</em>.<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn5">[5]</a></p>
<p> – Quello che ho detto, voglio dire! – la incalza la maledetta Catechista, con occhi di bragia,<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn6">[6]</a> davanti a tutta la <em>Bravagente</em>: – Questo anello ti è uscito dal culo!</p>
<p>Poi, resasi conto in un barlume<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn7">[7]</a> di lucidità che la sua uscita necessitava di una qualche spiegazione, si pose a narrare quanto segue (non ricordo le parole esatte, per cui mi prendo la licenza di riferire quello che mi sarebbe piaciuto che avesse detto, e nessuno se ne lagni):</p>
<p>Stavo sentendo messa ruminando il mio consueto rancore, e rimuginavo sui continui adulterî del marito; quando, all’improvviso, mi accorsi di qualcosa che luccicava sotto i miei piedi. Chinàtami, mi resi conto che si trattava di un magnifico anello che qualcuno aveva vieppiù dimenticato costì. Pensai che sarebbe stato un peccato mortale abbandonarlo costà, preda degli iniqui e degli invidiosi, e così lo posi istintivamente alla mia sinistra, senza che la mia destra ne sapesse alcunché (o, quanto meno, <em>faceva la gnorri</em>). Ma subito mi sovvenne la mia trista malattia, la sclerodermatite della Catechista,<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn8">[8]</a> che mi impedisce di entrare in contatto con oggetti contaminati o anche solo lievemente zozzi. Così, nel corso dell’OmEliA, mi avviai cacchia cacchia in sagrestia, dove, come sapete, la mia avvenente figliuola gestisce un Laboratorio di Analisi Chimiche. Ivi, sottoposto il gioiello alle analisi forensi della bisogna, appurammo che l’anello proveniva dal culo di costei, e che dunque la mia salute e il mio benessere psichico erano messi duramente a repentaglio.</p>
<p>Ora tutti guardavano con astio e disgusto la mia povera mamma, la quale si ribellò vigorosamente (toh, nel frattempo era apparsa anche la mia sorellina):</p>
<p> – Catechista, lei è una mendace!</p>
<p>La Catechista non si scompose, e ribatté: – Madre di Costui, vogliamo appurare?</p>
<p>E già, dalla sagrestia, un cigolio echeggiava nella chiesa semideserta: era un intero laboratorio chimico forense, posto su uno di quei vecchi carretti ambulanti dei gelatai, di acciaio grigio (la scritta <em>Gelati Eldorado</em>,<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn9">[9]</a> sebbene scrostata, era ancora in parte visibile). A trainare ’sto carretto era, nientepopodimenoché, la avvenente figlia della Catechista, una giovinetta in camice bianco. Ella ricolse silenziosamente l’anello da terra con l’ausilio d’una pinza, e sotto lo sguardo degli astanti, lo mise in ammollo dentro una provetta contenente una soluzione giallina, per circa due minuti. Quindi imbevuto un tampone idrofilo nella soluzione giallina, lo pose rapidamente in un beccuccio colmo di un liquido trasparente. Signore e signori, il tampone diventò blu. La Catechista, ebbra del suo trionfo, chiosava: – È la prova inequivocabile ch’io non mento: l’anello t’è uscito dal culo, e ben ti sta.</p>
<p>E, a questo punto, ci fu un colpo di scena. La madre schiamazzò:</p>
<p> – Signori, non dal mio sedere uscì, ma da quello del mio erede maschio.</p>
<p>E tutti si volsero verso di me, con sconcerto sì, ma anche con una certa delusione: era come se la cosa non li sorprendesse più di tanto. Dopotutto, ai loro occhi ero un <em>Comunista</em>. Infatti uscirono tutti scuotendo il capo scandalizzati, in realtà pregustando i pranzoni domenicali<a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftn10">[10]</a> conditi di maldicenza e adulterio del marito.</p>
<p>Per parte mia, non me la presi a male per la delazione e la falsità della Madre, sia perché non me ne importava nulla, sia perché mi ero ormai definitivamente compromesso con tutti i P.I.R.L.A. del mondo dopo la storia della crisma. Così uscimmo, e io mi chiesi se, durante l’epulazione domenicale <em>alle case sue</em>, la ragazzina ninfomane del Catechismo, nel frattempo cresciuta, e bene, continuasse a fare piedino ai propri convitati, parenti, amici e animali domestici. Ma quando con la mamma e mia sorella fummo in macchina, giunse l’ultimo colpo di scena. Mia madre si volse sogghignando con l’aria di chi l’ha fatta franca e spiazzò noi, che ormai eravamo pronti a voltare pagina e andare avanti, con la seguente dichiarazione (quasi un comunicato stampa):</p>
<p> – Gliel’ho fatta: in verità quell’anello era uscito proprio dal mio sedere.</p>
<p>Del resto, col senno di poi, mi domando: ma di cosa sorprendersi, cosa trovare surreale? Tutto è possibile, qui a Sud. Come sa bene chi ci vive, il Meridione è il più strano di tutti gli incubi: l’unico dove splende sempre il sole.</p>
<p> </p>
<hr size="1" /><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref1">[1]</a> Piatto tipico di noialtri.</p>
<p><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref2">[2]</a> Cioè, all’incirca, uno sciocchino.</p>
<p><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref3">[3]</a> Ma che accidenti significa, quest’espressione?</p>
<p><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref4">[4]</a> ‘Orpolà!’</p>
<p><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref5">[5]</a> È una parola francese, ma l’autore si illude che sia un neologismo.</p>
<p><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref6">[6]</a> (Più com. <em>brace</em>) strumento sacro, adoperato dal Popolo Salentino nel rituale collettivo della ·<em>rruštuta</em>.</p>
<p><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref7">[7]</a> Questa parola, ‘barlume’, è bella, ma un po’ saputona, vagamente snob. Avviso il lettore che d’ora in poi userò la forma sbagliata <em>baglione</em>, che non vuol dire nulla, ma almeno ricorda il celebre cantante così amato dai popolani, e dunque troverà il plauso di tutti.</p>
<p><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref8">[8]</a> Pare esista realmente.</p>
<p><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref9">[9]</a> Assorbiti dalla Algida, peccato.</p>
<p><a href="http://www.leviagravia.it/wp-admin/#_ftnref10">[10]</a> Che noi persone colte siamo soliti chiamare <em>epulazioni</em>.</p>
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		<title>ICON &#8211; Informativo di Controcultura ONirica</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 22:57:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Evertrip</dc:creator>
				<category><![CDATA[arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[controcultura]]></category>
		<category><![CDATA[icon]]></category>
		<category><![CDATA[immagini]]></category>
		<category><![CDATA[informativo]]></category>
		<category><![CDATA[onirico]]></category>
		<category><![CDATA[tv]]></category>

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Nasce ICON, la televisione di carta che parla per immagini. Come ogni icona storica, il televisore caratterizza e descrive buona parte del ventesimo secolo, e malgrado la diffusione del Web, anche dei giorni nostri.
L&#8217;intento di ICON è voler fare il punto della situazione attuale raccontando la realtà con gli occhi di alcuni artisti, scegliendo le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rivistaicon.tk"><img style="cursor: pointer; width: 225px; height: 320px;" src="http://static.lulu.com/items/volume_66/7749000/7749931/1/preview/320_7749931.jpg?7749931-1254832190" border="0" alt="" /></a><br />
Nasce ICON, la <strong>televisione di carta</strong> che parla per immagini. Come ogni icona storica, il televisore caratterizza e descrive buona parte del ventesimo secolo, e malgrado la diffusione del Web, anche dei giorni nostri.</p>
<p>L&#8217;intento di ICON è voler fare il punto della situazione attuale raccontando la realtà con gli occhi di alcuni artisti, scegliendo le armi, gli strumenti adatti per far fronte all&#8217;idiozia della società delle immagini, del magico mondo del tubo catodico che tanto influenza il nostro modo di vivere, e porre le basi per un assalto in piena regola, un attacco alle delizie vuote e all&#8217;estetica insipida dello schermo ultrapiatto.</p>
<p>Il primo numero è in<span style="font-weight: bold"> download GRATUITO</span> (un paio di minuti per scaricare il formato PDF).</p>
<div style="text-align: center"><a href="http://www.rivistaicon.tk" target="_blank"><img src="http://4.bp.blogspot.com/_1_kjxzK7Ihw/SrkFyF3MyPI/AAAAAAAAAC4/yIRxW3sNEF8/s320/share.png" alt="rivista icon" /></a></div>
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		<title>LE ICONE DELLA LONTANANZA di Giuseppe De Marco</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 15:36:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sara De Giorgi</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe De Marco]]></category>
		<category><![CDATA[Le icone della lontananza]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura di viaggio]]></category>

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Giuseppe De Marco in Le icone della lontananza raccoglie alcuni saggi legati da un filo conduttore: il concetto di viaggio. Più specificamente, esilio-viaggio è il tema dominante del percorso letterario, in cui l’attenzione è rivolta a singoli testi e alla loro scrittura itinerante, narrativa e poetica. Nella prima parte del libro si analizza la nobiltà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img class="alignnone size-full wp-image-139" title="Icone-lontananza-GRANDE" src="http://www.leviagravia.it/wp-content/uploads/2009/10/Icone-lontananza-GRANDE.jpg" alt="Icone-lontananza-GRANDE" width="190" height="258" /></p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Giuseppe De Marco in <em>Le icone della lontananza</em> raccoglie alcuni saggi legati da un filo conduttore: il concetto di viaggio. Più specificamente, esilio-viaggio è il tema dominante del percorso letterario, in cui l’attenzione è rivolta a singoli testi e alla loro scrittura itinerante, narrativa e poetica. Nella prima parte del libro si analizza la nobiltà con cui Dante Alighieri ha vissuto, accettato ed elaborato la propria condizione di esule che, attraverso i secoli, ha elevato il poeta ad «un livello sublime». Il motivo del viaggio è proposto nella seconda parte del volume, in cui sono presenti gli itinerari di Ungaretti nel Mezzogiorno e nelle Puglie, i percorsi effettuati in Sardegna da Vittorini e raccontati nel libro <em>Sardegna come un’infanzia</em> e quelli, sempre in territorio sardo, svolti da Carlo Levi e narrati in <em>Tutto il miele è finito</em>. Questi autori sono accomunati da una trasfigurazione della realtà attuata dalla scrittura di viaggio. Negli <em>Addenda</em>, ultima sezione del testo, vengono esaminati invece il <em>Congedo del viaggiatore cerimonioso ed altre prosopopee</em> di Giorgio Caproni, le <em>Lettere</em> di Pasolini, il <em>Viaggio terrestre e celeste</em> di Mario Luzi e il dialetto arcaico di <em>Nun c’è pizze di munne</em>, una delle ultime opere di Albino Pierro. La seconda parte del volume, <em>Di alcuni viaggi di carta novecenteschi</em>, inizia con la sezione <em>I fantasmi della mente</em>. <em>Oltre il deserto. Verso la terra promessa: viaggio nel Mezzogiorno di Ungaretti.</em> De Marco traccia il percorso geografico e letterario che ricava dalle prose ungarettiane, puntualizzando che esse si configurano come abile amalgama di prose d’arte ad elevato contenuto di creazione metaforica. Viaggiare, per Ungaretti, è trasfigurare le «cose viste» nelle orme del suo nomadismo, in cui scenario della realtà e ragioni della scrittura coincidono, in un percorso teso all’inseguimento di «fantasmi della mente». Secondo De Marco è possibile affermare che l’itinerario nel Mezzogiorno rappresenta un viaggio «nella biblioteca dei propri, ossessivi, miti». La trattazione delle prose di viaggio del poeta prosegue nella sezione intitolata <em>Un percorso ungarettiano di fantasia esperita: Le Puglie attraverso le icone dell’acqua, della luce, del deserto, della pietra e loro variazioni compositive sul/dal tema</em>. Seguendo quanto scrive De Marco, la narrazione ungarettiana non può essere ritenuta scrittura occasionale da racchiudere in un indefinibile genere letterario «instabile» (cfr. V. De Caprio, <em>Un genere letterario instabile</em>), ma il viaggio, per il poeta, costituisce un aspetto peculiare del suo nomadismo, che è «categoria astratta», dimensione della mente e condizione della poesia. Ungaretti poeta e prosatore è costantemente in fuga verso una patria e una meta a lui ignote ed avverte una consapevolezza di estraneità in qualunque luogo si trovi. Tutte le prose del viaggiatore sono popolate da «apparenze e fantasmi», reinventate da uno stato di sogno, ma sorrette anche da una solida cultura e dalla memoria libresca. La narrazione del viaggio pugliese inizia con la descrizione dell’arido Tavoliere, che, con il risveglio dei fantasmi della mente nella luminosità di una fittizia giornata estiva, fa riaffiorare i ricordi della terra natale «affricana», arsa da un sole «creatore di solitudine». Il poeta visita Santa Maria Maggiore Sipontina, ove viene attratto e stupito dalla visione, in un cavo d’abside, degli «occhi sbarrati d’una statua di legno dipinta». L’itinerario prosegue attraverso le rovine monumentali tra le Paludi Sipontine, recentemente bonificate, il cui scenario è costituito da torri e selve di fichidindia. Ungaretti cerca soprattutto di riscoprire l’antico, come testimonia la vista dell’arcano monumento della Tomba di Rotari a Montesantangelo, considerato al tempo stesso una tomba e un battistero. L’arrivo nel «paese del grano e delle greggi», Montesantangelo (comune in provincia di Foggia), avviene nell’atmosfera luminosa e numinosa di una giornata sul «nascere di primavera». Il racconto dell’Angelo della caverna è permeato dal rimpianto dell’infanzia del mondo e delle favole antiche: qui si avverte come Ungaretti condivida con Petrarca, «poeta dell’oblio», la <em>religio</em> della memoria e il <em>cultus</em> per i «fantasmi della mente». La visita alla città di Lucera si svolge sotto una duplice guida, quella del direttore della Biblioteca civica e storico famoso, Giambattista Gifuni, e quella ideale di Dante. Vi sono mirabili descrizioni ricche di illuminazioni poetiche del Duomo della città di Santa Maria e del palatium federiciano. Ungaretti ricrea persino un dialogo immaginario con Federico II, che ha luogo nello spazio di una pausa di una delle famose battute di caccia a cui partecipava l’imperatore svevo, scortato dal mitico corteo di cortigiani, eunuchi, favorite, animali esotici. L’iter pugliese continua fino a Foggia, da cui il poeta si sposta per dirigersi a Canosa attraverso la via Traiana, spingendosi fino a Bari e poi a Venosa. Incontra dapprima, in prossimità di Foggia, il Piano delle fosse, «piazza a perdita d’occhio che nasconde un’infinità di pozzi e che conserva il grano della provincia», poi, a Canosa, viene attratto dalla tomba monumentale, in stile bizantino-arabo, di Boemondo d’Altavilla, figlio di Roberto Il Guiscardo, tra i fautori della prima Crociata. Il percorso termina a Caposele. De Marco giunge alla conclusione che il viaggio nelle Puglie si svolge verso orizzonti di geografia mitico-lirica, sullo sfondo di paesaggi risolti nella metafora del testo. Nelle prose tutto il cosmo ruota intorno all’acqua e alla terra, e da ciò si ricava un elemento di scorrevolezza-solidità di un luogo e un’individuazione di sublimità paesaggistiche dalle quali riecheggia l’icona del Nilo. Le mete scelte da Ungaretti sono morfologicamente strutturate dall’orizzontalità delle terre, riproposizioni della metafora dell’aridità desertica, che è anche soglia dell’infinito. Il saggista osserva, in ultimo, che il deserto del poeta è luogo in cui si espande la luce, e, allo stesso tempo, ebbrezza dello spazio e smarrimento della ragione, tutti aspetti che costituiscono un preludio alla poesia del «delirio», del miraggio, verso cui Ungaretti si dirigerà nella successiva poetica legata al barocco. Il volume di De Marco traccia un percorso letterario agile ed affascinante che si regge sulla compresenza di saggi su autori differenti, in una dimensione composta da carte e da parole, a volte lontane tra loro, ma spesso unite dall’emergere delle medesime «icone della lontananza», stemperate nel dolore del distacco e del ricordo.</p>
<p>Sara De Giorgi</p>
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		<title>STIGMATIZZATI di Pietro Fumarola</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Oct 2009 15:21:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo A.Petrelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[trend]]></category>
		<category><![CDATA["Pietro Fumarola" "Angelo A.Petrelli" "Stigmatizzati" "Besa" "Georges Lapassade" "Bambini di Satana" "Eugenio Imbriani"]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di "Stigmatizzati" di Pietro Fumarola]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.librerianeapolis.it/images/Libri/Stigmatizzati.jpg" alt="http://www.librerianeapolis.it/images/Libri/Stigmatizzati.jpg" /></p>
<p><em><strong>Stigmatizzati</strong></em> è una raccolta di materiali di ricerca frutto di un prolungato ed approfondito lavoro negli ambienti del cattolicesimo popolare. I processi di stigmatizzazione, con tutta probabilità sono più diffusi nel Mezzogiorno d’Italia che altrove.</p>
<p>Dalle prime manifestazioni ascritte a San Francesco d&#8217;Assisi, databili secondo le agiografie attorno al 1224, l&#8217;interpretazione di queste, ritenute come la trasposizione sulla carne delle ferite inferte a Gesù Cristo sulla croce, è sempre vissuta nel contrasto tra la venerazione e l&#8217;accusa di superstizione. Tra dubbi e incertezze, la stessa Chiesa Cattolica, come nel caso della Sindone, non si è mai pronunciata in modo definitivo nel merito limitandosi ad indagare solo sui soggetti che se ne dicevano portatori. Qui appunto si colloca l’interesse degli studiosi laici, degli scienziati, degli antropologi e dei sociologi. “<em>Stigmatizzati</em>” di <strong>Pietro Fumarola</strong> è, in quest’ottica, un prolungato approfondimento sul tema, ma non solo: la trattazione svela un mondo di forme di pietà e devozione che contempla, oltre alla stigmatizzazione, fenomeni come la visionarietà e l’estasi, nonché le possessioni. Il saggio, edito da Besa, raccoglie unitamente anni di indagini, osservazioni, incontri ed interviste che hanno coinvolto, oltre al professore, un nutrito gruppo di studenti e ricercatori. Questo libro porta a conclusione un percorso teorico elaborato nel corso di ricerche didattiche svolte quasi per un interno ventennio, e con precisione a partire dal 1989.</p>
<p>In tutti i casi documentati da Fumarola l’insorgere della transe estatica o della possessione è l’espressione finale e la risultante di problematiche derivanti dalla sofferenza, dal disagio psichico, dalla marginalità e dall’isolamento dell’individuo. Sono state chiamate in causa diverse interpretazioni per spiegare, in particolar modo, le stigmate, ma l&#8217;unico tassello mancante in tali studi è proprio la comprensione del meccanismo che da uno stato psicologico potrebbe premettere all&#8217;espressione di questi segni in uno stato fisiologico.  D’altro canto questi fenomeni incoraggiano la fede, la intensificano, colpendo la devozione e la sensibilità di molte persone. Solo in questo modo possiamo spiegare i numeri a nostra disposizione. Prima di San Francesco esistevano pochi casi documentati di stigmatizzati, dopo la morte dell’umile religioso iniziarono in tutta Europa a dilagare simili misteriosi avvenimenti. La ricerca medica di pari passo con quella delle scienze umane, nell&#8217;ultimo secolo, ha tentato di comprendere, in maniera sempre più vasta, che cosa in verità si può celare dietro tali segni allo scopo di spiegare la psicologia intima del fenomeno socio-religioso.</p>
<p>Uno dei casi più interessanti approfonditi nel libro è quello di <em>Paolo Catanzaro</em>, stigmatizzato e visionario di Brindisi, creduto posseduto e per questo esorcizzato, intorno al quale si raccoglie un gruppo di preghiera. Sono numerose le persone di cui sono analizzate esperienze di questo tipo, contattate in varie località dell’Italia meridionale; così in “Stigmatizzati” hanno un ruolo centrale anche le testimonianze dei pellegrini recatisi nei luoghi delle manifestazioni del sacro. Gran parte dello studio è dedicata alla possessione diabolica e con essa ad alcuni personaggi d’eccezione: esempio ne è il lavoro di <em>Renato Curcio</em> (ex brigatista rosso, all’epoca in carcere) condotto sulla figura e sull’attività del celebre monsignor Milingo con le sue pratiche antidemoniache. Altrettanto interessante è l’indagine di <em>Donatella Piscopiello</em> sulle credenze magico-religiose in una comunità tradizionale come quella di Melissano (Le): inchiesta atta a scoprire la possibile esistenza di un’idea di “Diavolo” nell’immaginario popolare. Il testo è corredato da una lunga serie d’interviste tra cui spicca quella rilasciata da Marco Dimitri, leader dei “<em>Bambini di Satana</em>”, a <em>Georges Lapassade</em> (filosofo e sociologo francese recentemente scomparso all’età di ottàntaquattro anni) e a <em>Gianni De Giuli</em>.</p>
<p>Pietro Fumarola, docente di Sociologia delle religioni dell’Università del Salento, ha da tempo centrato la sua riflessione sulle pratiche della transe e sulle culture dei movimenti giovanili; con tutta probabilità “Stigmatizzati” è il lavoro più complesso prodotto all’interno di questo personale percorso. In collaborazione con l’antropologo <em>Eugenio Imbriani</em> ha inoltre curato il volume (sempre per lo stesso editore) “<em>Danze di corteggiamento e di sfida nel mondo globalizzato</em>”<strong>.</strong></p>
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		<title>L’«Instant Nobel» di Barack Obama</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2009 08:04:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Maggiore</dc:creator>
				<category><![CDATA[attualità]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[barack obama]]></category>
		<category><![CDATA[esteri]]></category>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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Il nervosismo e l’incertezza che dominano le convulse giornate successive alla sentenza sul Lodo Alfano sono all’improvviso squarciate da una notizia in qualche modo spiazzante: l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace al presidente USA Barack Obama.
Il fatto, che pare abbia colto di sorpresa perfino lo stesso Obama, è destinato a suscitare reazioni controverse presso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/tsevis/3328011835/"><img title="Barack Obama" src="http://farm4.static.flickr.com/3394/3328011835_b024f6d9b1.jpg" alt="Barack Obama, Nobel per la Pace 2009" width="500" height="500" /></a></p>
<p>Il nervosismo e l’incertezza che dominano le convulse giornate successive alla sentenza sul Lodo Alfano sono all’improvviso squarciate da una notizia in qualche modo spiazzante: l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace al presidente USA Barack Obama.</p>
<p>Il fatto, che pare abbia colto di sorpresa perfino lo stesso Obama, è destinato a suscitare reazioni controverse presso l’opinione pubblica internazionale. Perfino i più entusiastici sostenitori del primo presidente di colore nella storia degli USA non possono che interrogarsi di fronte a una decisione sicuramente condivisibile per vari aspetti, ma che ha il torto di appare precipitosa e prematura.<br />
Non è certo in discussione la caratura politica e morale del personaggio, che in pochi mesi è riuscito ad assurgere a un ruolo simbolico che va ben oltre la sfera del politico, quasi un Messia, la personificazione tangibile di una speranza vagamente connotata di tinte utopiche, avvertita da tutti e in tutto il mondo: la speranza che un nuovo ordine finalmente giusto e condivisibile possa stabilirsi e soppiantare l’orgia immorale del capitalismo globale, a lungo impersonato dalla figura diametralmente opposta dell’aberrato predecessore George W. Bush. Ciò che colpisce e fa discutere, nella scelta del comitato di Oslo, è l’inaudita precipitazione. Se è vero che Obama si è reso autore di una decisa (e si auspica decisiva) inversione di rotta nella politica estera degli Stati Uniti, principalmente nei rapporti con l’Islam, e che grandi speranze hanno suscitato le dichiarazioni d’intenti lodevoli (e prive di precedenti da parte di un presidente americano) su temi cruciali quali il disarmo nucleare e le politiche energetiche, è però altrettanto vero che le congiunture storiche in cui Obama sta svolgendo il suo non facile ruolo sono ben lontane dall’essersi dispiegate e sviluppate, dall’essere approdate a delle conclusioni. È anzi stato rilevato da analisti anche acuti (non certo dai soliti strilloni fondamentalisti al soldo del Partito Repubblicano) come non poche siano le contraddizioni e le incertezze finora evidenziate nella concreta azione politica del presidente, più amato all’estero che in patria, secondo una cantilena ormai nota. Insomma, intorno a Obama vige più che altro un clima di attesa, sempre più fervida e sospettosa: in un clima del genere, la notizia del premio Nobel per la Pace può avere effetti addirittura shockanti.<br />
E dunque, come interpretare questo premio? L’ennesima dimostrazione della Obamafilia o Obamania quasi feticistica della cultura europea? Un riconoscimento a quanto di buono fatto, ma soprattutto un mirato incoraggiamento a proseguire sulla china intrapresa, un modo per dirgli “continua così, siamo con te?” In tutti i casi le perplessità rimangono: un Nobel per la Pace è qualcosa che dovrebbe essere assegnato in virtù di concreti risultati, e sarebbe ben triste pensare che l’azione di Obama sia già coronata dal successo: come dire che per gli allori si poteva aspettare.<br />
Bisognerà forse ritornare sulla percezione del fenomeno-Obama in Europa. In tutti i paesi europei vige ormai un clima di stanchezza, di clamorosa sfiducia verso la politica. I politici delle nostre nazioni ci appaiono fantocci incapaci di governare, di assumersi responsabilità verso i cittadini, di agire seriamente e concretamente per il progresso della società; li vediamo sempre più soli e ridicoli, prigionieri di un disarmante narcisismo, lontani dalle nostre esigenze. Obama è diverso: ha ideali, carisma, convinzione, valori; è intelligente e brillante, ma nello stesso tempo “non se la tira”; soprattutto, ha il pregio di non essere europeo, permettendoci finalmente di dar sfogo al nostro segreto e occulto americanismo collettivo di fondo, alimentato da decenni di cinema, politica e propaganda: ci sembra incarnare quell’idea salvifica, messianica dell’America, nella misura proporzionalmente inversa in cui Bush rappresentava l’America malvagia della CIA, dei crudeli Marines e del capitalismo filo-semitico (a seconda dei punti di vista, ovviamente).<br />
Ma ciò che davvero stupisce, nella decisione dei giurati svedesi, è il perfetto adeguamento ai tempi tecnici televisivi del grande spettacolo multimediale che corre ogni giorno intorno a noi. È uno dei tanti segni dei cambiamenti epocali in atto nelle nostre società, sotto la spinta incoercibile della rivoluzione digitale. Oggi tutto accade nell’immediatezza dell’attimo, e tutto ciò che conta è l’assolutezza del gesto, del discorso, dell’atto consegnato alla trasmissione acritica dell’Immagine. Non c’è il tempo di permettere ai processi storici – che possono richiedere decenni, quando non secoli – di estrinsecarsi nella complessità proteiforme dei loro sviluppi. Abbiamo scambiato i simboli-sintomi (il grande momento, la grande immagine: il ragazzo cinese contro i carri armati, la caduta dei Muri e delle Torri) con i processi-causa, prolissi, noiosi e difficili da capire, insofferenti d’esser ridotti in bit, compressi ed eiettati nei milioni di cellulari e laptop. Allora può anche accadere che un discorso mirabile, magnifico come quello di Obama al Cairo il 4 giugno 2009 possa diventare un crocevia storico “in presa diretta”, anche qualora i suoi effetti (auspicabilmente positivi) siano molto di là da venire, se mai si vedranno. La sanzione del momento storico precede il reale processo fattuale; la Pace non è stata fatta, ed è altamente probabile che non si farà mai: ma il simbolo di Pace va premiato e diffuso. Naturalmente su questo si può esprimere accordo o dissenso: ma quello su cui si dovrà forse convenire è un decisivo cambiamento nella percezione collettiva della Storia e dei suoi agenti reali, inesorabilmente appiattita sulla percezione mediatica e simultanea degli eventi. Un «Instant Nobel» dunque, che sembra sancire il primato dell’Immagine sulla Realtà. La si può giudicare una scelta felice, oppure una scelta condivisibile ma affrettata, ovvero una colossale idiozia: ma non si può non prendere atto dei segni di una vera e propria mutazione antropologica che riguarda noi tutti, maestre, facchini, marinai, pittrici, giudici, ballerine e presidenti del Consiglio: quel passaggio, definito mirabilmente da Giovanni Sartori, dall’Homo sapiens all’Homo videns.<br />
Tra le tante opinioni in merito sarebbe peraltro curioso raccogliere il pensiero degli ormai celebri organizzatori del comitato per il Premio Nobel a Silvio Berlusconi; ma è probabile che in questo momento abbiano ben altre preoccupazioni.</p>
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		<title>Il Tarantismo in Terra d&#8217;Otranto</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2009 22:28:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angelo A.Petrelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo A.Petrelli]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Imbriani]]></category>
		<category><![CDATA[IL TARANTISMO IN TERRA D’OTRANTO]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Giuseppe De Simone.]]></category>

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Un piccolo fenomeno locale divenuto poi di massa, nell’ultimo decennio, si è imposto all’attenzione nazionale e internazionale ottenendo un successo notevole anche al di fuori del Salento. La Notte della Taranta è un classico esempio di revival folklorico (espressione coniata dall’antropologo Tullio Seppilli) dal forte profilo identitario. Il tentativo di riproposizione e imitazione di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://www.salentolibri.it/components/com_virtuemart/shop_image/product/5d299c04299a0cf5a1931a3dfd676b0d.jpg" alt="" width="347" height="481" /></p>
<p>Un piccolo fenomeno locale divenuto poi di massa, nell’ultimo decennio, si è imposto all’attenzione nazionale e internazionale ottenendo un successo notevole anche al di fuori del Salento. <em>La Notte della Taranta</em> è un classico esempio di <em>revival folklorico</em> (espressione coniata dall’antropologo Tullio Seppilli) dal forte profilo identitario. Il tentativo di riproposizione e imitazione di una cultura musicale tanto impenetrabile quanto affascinante, ha collocato il <em>tarantismo</em> in un nuovo contesto attualizzandolo, modificandone il significato, allontanando lo stesso sempre più dalla sua originaria dimensione religiosa, psicopatologica e etnomusicale; proprio per questo urge una riscoperta storica dei tratti essenziali che in passato l’hanno contraddistinto. La recente pubblicazione de <strong>Il Tarantismo in terra d’Otranto</strong> per le <em>Edizioni del Grifo</em>, capitolo tratto dall’opera <em>La vita della Terra d’Otranto</em> di Luigi Giuseppe De Simone, è un modo per riportare l’attenzione sulla sezione più importante e conosciuta del libro, quella citata da Ernesto De Martino ne <em>La terra del rimorso</em>. Questo studio del De Simone riguarda “Il Ballo” (“La Taranta, la Pizzica-Pizzica, la Tarantella” è il titolo completo), è descrive la terapia coreutica-musicale per curare i tarantolati insieme ai diversi modi per suonare il tamburello, la musica e i dodici temi inerenti: ad esempio l’invocazioni a San Paolo per ricevere la grazia. Il santo, fortemente legato al tentativo di cristianizzazione del rito, è ritenuto il protettore di coloro che sono stati <em>pizzicati</em> da un animale velenoso. In questo senso, la scelta dell’apostolo non fu casuale: la tradizione vuole che egli sia sopravvissuto al morso letale di un serpente sull’isola di Malta nel 60 e.v.<br />
Il testo del De Simone (1835-1902) che fu giudice, storico, glottologo, archeologo e amante della cultura popolare, è introdotto da un breve ma esaustivo saggio di Eugenio Imbriani, docente di Antropologia Culturale presso l’Università del Salento, un intervento in grado di dare al lettore le giuste coordinate per una comprensione effettiva dell’opera. Lo studioso con queste parole presenta la trattazione: “Sembra abbastanza chiaro che l’attualità del tarantismo, il suo riprodursi nei discorsi, nelle politiche, nel sostanziale fraintendimento delle sue forme storiche, ha ben poco a che spartire con l’esperienza dei tarantati, dolorosa e sofferta, e dei musicisti terapeuti; lo stesso volume di De Martino, <em>La terra del rimorso</em> (1961), che contiene, per così dire, la summa interpretativa del fenomeno, ha avuto numerose ristampe negli ultimi anni, è diventato un libro di culto per i giovani, soprattutto, che talvolta decidono di marcare con il suo acquisto, portandoselo appresso, magari nei concerti, la propria appartenenza, è meno letto di quanto la sua circolazione possa lasciare intendere”. Prima di questa edizione, il De Simone pubblicò il suo lavoro già nel 1876, a puntate, sul periodico fiorentino <em>Rivista Europea</em>. Per avere una pubblicazione completa del trattato in volume unico è stato necessario attendere il 1997 e l’interessamento delle <em>Edizioni del Grifo</em>.</p>
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